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È ora che la comunità scientifica batta un colpo

Il Sole 24 Ore Sanità


19-25 /10/2004


Nel frontespizio della prestigiosa rivista The Lancet è riportata a pieni caratteri la frase: “E’ tempo che i ricercatori presentino il caso delle cellule staminali”.
E’ una specie di invito alla comunità scientifica perché assuma le sue responsabilità se veramente crede che quest’area di ricerca rappresenti un asse portante della nuova medicina riparativa che promette risultati significativi in gravi e debilitanti malattie.

Le cellule staminali hanno la caratteristica di essere multi o totipotenti, sono cioè capaci di trasformarsi in vari tipi cellulari: da uno stato indifferenziato ad una assunzione delle caratteristiche di cellule muscolari, cardiache, epatiche, renali, nervose e così via. Si deve rilevare che queste trasformazioni non sono – almeno per il momento – facilmente ottenibili richiedendo che si ritrovi per ogni tipo cellulare condizioni sperimentali adatte.

Sono noti tre tipi di cellule staminali: quelle derivate da tessuti adulti, quelle che si ottengono dal cordone ombelicale (cellule emopoietiche e mesenchimali) e quelle che derivano dai primi stadi embrionali. In questo gruppo entrano anche le cellule staminali ottenibili da embrioni soprannumerari nelle procedure della fecondazione assistita e da tessuti provenienti dall’aborto provocato. Ciascuno di questi tipi ha mostrato varie potenzialità anche se non esistono ancora studi sistematici per stabilirne i relativi benefici e svantaggi. Come spesso capita quando un’area di ricerca è all’inizio, spesso predomina un po’ di confusione determinata da risultati contradditori e poco riproducibili.

Il meccanismo attraverso cui queste cellule agiscono è stato visto in un primo tempo in modo relativamente semplice. Se un tessuto è danneggiato come nel caso di un infarto cardiaco, basta iniettare cellule staminali trasformate precedentemente in cellule cardiache e queste sostituiranno le cellule mancanti. In realtà forse le cose sono un po' più complicate perché nel tessuto danneggiato si sono ritrovate solo poche cellule staminali.

Si è quindi affacciata l'ipotesi, in qualche caso verificata, che le cellule staminali si fondano con cellule normali. In altri casi ancora si è prospettata l'ipotesi che le cellule staminali non intervengano direttamente come cellule riparative, ma agiscano indirettamente, in virtù delle loro capacità di liberare sostanze trofiche, fattori di crescita e altri principi attivi che avrebbero un'azione benefica sull'organo danneggiato. Alla fine è perciò possibile che il percorso di studio sulle cellule staminali conduca anche alla produzione di alcuni farmaci, capaci di mimare i loro principi attivi. Per ora ciò che è chiaro è che abbiamo molte prospettive, parecchie ipotesi e perciò molto lavoro da fare.

L'importanza delle applicazioni terapeutiche per malattie degenerative (Parkinson, Alzheimer, Sclerosi laterale amiotrofica per fare alcuni esempi), per gravi malattie metaboliche (diabete) o per organi gravemente danneggiati (cuore, fegato, rene) impone uno sforzo che dovrebbe unire tutta la ricerca biomedica. L'urgenza di trovare al più presto i più adatti tipi cellulari e le migliori vie di trattamento dovrebbe permettere di realizzare una grande rete collaborativa che trova tuttavia alcuni ostacoli teorici e pratici. L'impiego dei vari tipi di cellule staminali implica pur sempre la possibilità di rigetto e quindi la necessità di utilizzare terapie immunosoppressive con tutti i loro effetti tossici. Il trattamento può essere personalizzato in vari modi. Per le cellule staminali adulte si potrebbero usare quelle dello stesso paziente.

Ma proprio perché si tratta di un ammalato, dovremmo essere sicuri che quelle cellule non riproducano anomalie analoghe a quelle delle cellule degenerate. In futuro potrebbe essere utile isolare cellule staminali dal cordone ombelicale per averle poi a disposizione in un tempo successivo. Per le cellule embrionali sta prendendo piede il cosiddetto clonaggio terapeutico che prevede di realizzare cellule staminali svuotando dal suo nucleo un ovulo e sostituendolo con il nucleo di una cellula della cute o di altro tessuto del soggetto in cui andrà effettuato l'impianto. Anche in questo caso tuttavia c'é la possibilità di avere un nucleo portatore di caratteristiche patologiche. E poi c'è sempre l'incognita che proprio per la loro capacità di trasformarsi e riprodursi, le cellule staminali, non diano luogo a cellule tumorali.

Il numero di problemi da affrontare richiede ancora molto lavoro negli animali d'esperimento e parallelamente studi comparativi con cellule staminali umane prima di poter continuare i tentativi di sperimentazioni cliniche. A questo si aggiunge un problema pratico. L'eccessiva competizione fra vari gruppi di ricerca impedisce la collaborazione ed aumenta la componente di ricerca che rimane segreta. Aumenta il desiderio di monetizzare ogni piccolo risultato costituendo società di ricerca a cui vengono attribuiti i brevetti; sarebbe utile in questo senso abolire la possibilità di brevettare cellule e procedure per isolare o per modificare le cellule staminali al fine di impedire speculazioni economiche nella commercializzazione delle varie linee cellulari.

La recente decisione inglese di permettere la clonazione terapeutica per specifiche e ben documentate ricerche ha destato grandi discussioni in cui si tende a fare confusione fra una produzione di cellule staminali limitatamente a pochi giorni di sviluppo embrionale (è un vero embrione un ammasso di cellule che non nasce dalla interazione fra sperma e ovulo?) e la clonazione riproduttiva che mira a formare un feto in vivo. Il pericolo che si possa “scivolare” dall'uno all'altro tipo di clonaggio non richiede proibizioni generalizzate ma rigorosi controlli come quelli che esistono in Inghilterra dove le autorizzazioni vengono date da una specifica authority.

L'invito del The Lancet ai ricercatori riguarda anche la rimozione delle barriere erette artificialmente da ideologie in cui convergono religione e politica. Viviamo in una società pluralistica in cui vanno rispettate posizioni diverse. In una società in cui è possibile criopreservare embrioni soprannumerari derivanti dalla fertilizzazione in vitro ed in cui è possibile distruggere feti attraverso l'aborto, sembra incredibile che non si possano utilizzare cellule per una ricerca che tende a risolvere problemi di salute per ammalati che soffrono. In questa situazione la comunità scientifica ha il diritto-dovere di porre con chiarezza il “caso” e far sapere che la richiesta per una maggiore libertà d'azione (fortemente controllata!) non è arroganza scientifica, ma un atto d'amore per chi è più sfortunato.

 
Silvio Garattini

 

 
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