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Il privato? E' prezioso se c'è programmazione

Corriere della Sera, Lombardia


29/4/2004

Di famiglia benestante, Silvio Gavazzeni era studente dotato. A Torino - dove si era laureato - il professore di patologia generale era Giulio Bizzozzero (che capì per primo – al microscopio - che certe immagini che altri avevano scambiato per artefatti (o sporcizia) erano cellule: le piastrine).

Gavazzeni, dopo Torino va a Bologna e poi a Parigi. Fino ad allora gli Ospedali erano stati enti di carità. Proprio in quegli anni (fine '800, primi del '900) si sarebbero dovuti trasformare in organizzazioni per la salute. Serviva però una grande riforma, ma erano anni difficili: la guerra, e dopo la guerra il dissesto finanziario, e poi la burocrazia. I professori Gavazzeni (Silvio e il fratello Carlo) non aspettano.

L'Istituto per la cura delle malattie nervose viene inaugurato nel 1903, è privato ed è per persone abbastanza ricche da potersi pagare le cure.  Ma la clinica è aperta alle consultazioni per i poveri (che sono gratuite). L'Istituto dei professori Gavazzeni ovviava a una carenza delle strutture pubbliche. Così dovrebbe essere il privato in medicina, anche oggi.  E non basta.

Le organizzazioni private dovrebbero  integrare le proprie competenze con quelle degli Ospedali e venire in aiuto del pubblico, se serve (negli anni '70 la Gavazzeni ha messo a disposizione della cardiochirurgia dell'Ospedale  le sue strutture per risolvere un'emergenza). Ma che rapporto c'è tra la clinica dei dottori Gavazzeni e le cliniche private di oggi? Quasi nessuno.

Oggi in Italia molte strutture private sono 'accreditate' e di fatto operano per conto del Sevizio Sanitario Nazionale. Chi paga per cliniche private ed Ospedali è sempre la Regione e queste cliniche non possono fare a meno dei fondi pubblici. Ma allora non dovrebbero essere non-profit?

La Lombardia ha puntato tutto sulla competizione, ma le regole sono tutte da una parte. Gli Ospedali pubblici si devono occupare di tutto, le cliniche scelgono. Gli Ospedali sono gestiti dalla Regione (che nomina i Direttori Generali) e c'è una programmazione dell'attività molto rigida. Per le cliniche decide la proprietà (e la Regione non può interferire). È giusto? Probabilmente no.

Visto che paga, la Regione, ha il diritto (forse il dovere) di entrare nel merito della gestione e ci vorrebbe una programmazione dell'attività in base alle esigenze di salute. Se fosse così pubblico e privato porterebbero ciascuno un contributo prezioso (come è successo 100 anni fa a Bergamo). Senza programmazione si rischia che le cliniche private si concentrino sulle attività che rendono (cardiochirurgia, ortopedia, certi interventi urologici e la chirurgia toracica). Questo non serve e aumenta la spesa.

Ci dovrebbero essere anche dei limiti a una eventuale espansione del privato accreditato, imposti dalla programmazione e che tengano conto delle necessità reali e di criteri di efficacia (più che di efficienza).
Diverso è il discorso per il privato-privato. Cliniche che curano gli ammalati che pagano di tasca loro è logico che si scelgano i propri direttori, e possano operare al di fuori di qualunque programmazione. Questo è privato vero, è profit,  e va benissimo che espanda la propria attività se può. Attenzione però: in sanità si dovrebbe lavorare per ridurre il fatturato (il giorno che si avesse davvero successo i letti degli Ospedali sarebbero vuoti). Si applica al pubblico e si dovrebbe applicare al privato – non profit. Ma il privato-profit il fatturato deve aumentarlo, comunque.

Giuseppe Remuzzi

 

 
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Ultimo aggiornamento: 21 maggio 2012 21.26.38 CEST