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Prima regola: vietato strafare
Corriere della Sera
19/9/2004
Betsy Lehman, inviata di Boston Globe, è morta di una dose eccessiva di chemioterapia. Aveva un
tumore al seno. La curavano i migliori medici, in un grande ospedale americano, il Dana-Farber che
fa parte della scuola di medicina di Harvard, la migliore di tutte. Il caso ha fatto il giro del
mondo (e quando è successo, nel 1994, tutta l'America parlava degli errori in medicina). E’ vero, i
medici sbagliano, come tutti gli altri, né più né meno e non potrebbe essere diversamente dato che
all'università gli si chiede di studiare, per anni sei anni di fila, ma nessuno gli chiede mai di
avere doti speciali (come si richiede invece ai piloti di elicottero).
Ma quanto sbagliano i medici? Due studi uno fatto in Colorado ed uno a New York hanno fatto
vedere che il due-tre percento degli ammalati ricoverati in Ospedale sono vittima di errori medici.
Se uno considera che negli Stati Uniti le persone ricoverate in Ospedale sono ogni anno poco più di
trenta milioni si può stimare che ogni anno muoiano tra 40.000 e 90.000 persone per errori medici
Ma questi dati non sono certamente precisi e vanno presi con grande cautela. E in Italia? Nessuno
sa davvero quanti ammalati muoiono ogni anno per errori medici. Non lo sanno nemmeno le
assicurazioni. Ma per quanto si può dedurre da piccoli studi la frequenza di errori medici in
Italia (e in Europa) non dovrebbe essere lontana da quanto è stato visto negli Stati Uniti. Là in
un anno muoiono quasi certamente più persone di errori medici che non di incidenti in moto o
di tumore al seno o di AIDS.
Un dato abbastanza sicuro è che muoiono più persone di errori medici che di incidenti aerei,
ma l'aviazione ha fatto enormi sforzi per individuare gli errori e mettere in atto delle tecniche
che rendano impossibile o più difficile sbagliare. I sistemi sanitari, no. In più c'è la tendenza a
non affrontare quasi mai in modo aperto e senza ipocrisia il problema degli errori in medicina.
Cosa si può fare? Intanto limitarsi a curare chi è veramente malato, e per le malattie per cui c'è
una forte evidenza scientifica che ci siano cure efficaci. Se ci si attenesse, tutti, a questo
semplice principio il numero di errori in medicina si ridurrebbe drasticamente. Tutte le procedure,
dall'anestesia a qualunque procedura chirurgica hanno un rischio anche nelle mani più esperte.
Il punto è sempre e solo se il gioco vale la candela. Sottoporre a chirurgia delle coronarie
un sessantenne con una indicazione precisa (è il caso di Clinton, di questi giorni) vale la pena,
ma c'è il caso che si faccia chirurgia delle coronarie a una donna di 85 anni, che non ha disturbi,
e che forse sarebbe vissuta benissimo per gli anni che le restavano da vivere se qualche parente
premuroso o qualche medico troppo zelante non le avesse fatto fare una lastra di troppo. Così
invece è stata operata, è venuta un'embolia polmonare e poi l'insufficienza renale. E’ un errore?
In medicina è certamente sbagliato strafare, e poi non sempre tutto quello che si fa è
nell'interesse del malato. Ci sono tanti altri interessi. Resta il fatto che sbagliare è umano (“To
err is human”: è il titolo del rapporto del 1999 dell'Istituto di Medicina di Washington sugli
errori in medicina).
Ma quello degli errori non è un problema solo dei medici, e di chi dirige gli Ospedali e di
chi governa la sanità. C'entra anche l'industria dei farmaci. Una percentuale altissima dei morti
dei cosiddetti errori medici muore a causa di reazioni avverse da farmaci. E’ perché certe volte i
farmaci vengono messi sul mercato con qualche dimostrazione di efficacia, ma senza abbastanza
documentazione sui possibili effetti negativi. E c'entrano persino gli ammalati che sempre di
più vorrebbero tutti l'ultimo ritrovato, l'ultimo esame, l'ultimo farmaco, l'immortalità (se fosse
possibile). E’ sbagliato. La medicina negli ultimi cinquant'anni ha fatto passi avanti enormi che
sono sotto gli occhi di tutti, ma purtroppo (o per fortuna) sono sotto gli occhi di tutti anche i
suoi limiti. Senza contare che, ancora oggi, la malattia e la morte fanno ancora parte dell'essere
nati.
Giuseppe Remuzzi
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