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Un rene nuovo. E cominciò l'era dei trapianti
Corriere della Sera
16/5/2004
Adesso sembra tutto facile, ma quando David Hume – nel 1951 - ebbe l'idea di trapiantare un rene a
una donna che stava per morire, fu molto criticato. I chirurghi di allora erano contro, tanto che
per anni il dottor Hume – che allora lavorava a Boston - non ebbe il coraggio di presentare i
risultati delle sue ricerche a nessun congresso.
Il primo trapianto di rene fu a Boston, cinquant'anni fa precisi (due giorni prima di Natale
del 1954). È stato merito di Joseph Murray, un chirurgo plastico, e del nefrologo John Merrill.
Ronald e Richard Herrick erano gemelli identici: Richard, che se no sarebbe morto, dopo il
trapianto visse una vita normale per 20 anni. Il lavoro di Joe Murray aveva aperto la strada a
tanti altri trapianti. (Quasi un milione da allora ad oggi, e Murray nel 1990 ebbe il premio
Nobel).
L'anno scorso una signora di 42 anni Kelly Perkins che aveva avuto un trapianto di cuore in
California è arrivata in cima al Cervino, e quando è tornata in albergo a Zermatt non sembrava
nemmeno affaticata. (Tre anni dopo l'intervento, aveva già scalato il monte Fuji in Giappone, 3776
metri). E pensare che 10 anni prima Kelly sarebbe morta, se il cuore non fosse arrivato in tempo.
Ma per tanti che aspettano (solo in Italia sono più di 10.000) il trapianto non arriva mai e,
allora o si muore o si resta in dialisi per tutta la vita. Non ci sono abbastanza donatori. Per
fortuna l'Italia dei trapianti non è più l'ultima dei Paesi d'Europa. Già l'anno scorso eravamo al
secondo posto dopo la Spagna e quest'anno di donatori ne avremo ancora di più (21 per milione di
abitanti, ma in Spagna sono più di 30). Anche da noi in certe Regioni è come essere in Spagna (in
Friuli, per esempio, dove i donatori sono 38.3 per milione di abitanti, o in Emilia dove sono 30).
Ma in Calabria sono solo 8, in Puglia e in Sicilia, 10. E c'è un dato che preoccupa: tanti,
troppi non si fidano. Oggi in Lombardia 20, su 100 che potrebbero, non vogliono lasciare i loro
organi (per decisione loro, di quando erano in vita, o dei familiari), e in certe Regioni del Sud i
no sono 75 su 100. Per anni ci si è concentrati sulla legge (consenso esplicito, silenzio assenso e
tante altre) ma non è detto che per avere più donatori basti una buona legge. Bisogna non stancarsi
di parlarne.
Tutti, giornali, televisione, politici, chi governa la Sanità, e gli addetti ai lavori. Oggi
il trapianto è un problema di chi è ammalato, e lo è, certamente, per i medici e gli infermieri che
ci lavorano. Per gli altri 50 milioni di italiani no. Cosa fare ancora? Verrebbe una riflessione
(da dire un po' sottovoce, anche solo per avviare un dibattito). In tanti Paesi democratici si
chiede, per legge, ai giovani, per un periodo della loro vita, di essere militari.
Può capitare che ci sia una guerra, e possano anche morire. È per proteggere il proprio
Paese. Ma se si è sempre considerato - e si considera ancora oggi - un dovere morire in guerra per
garantire la libertà a tanti che restano a casa, non dovrebbe forse essere un dovere anche quello
di lasciare i nostri organi, quando a noi non servono più, a tanti che ne hanno bisogno? Moltissimi
saranno contrari, e con moltissime buone ragioni. Ma perché non cominciare a parlarne, almeno un
po'?
Giuseppe Remuzzi
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