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Ricerca e Sviluppo: Stato, Università, Imprese
Intervento di Silvio Garattini al Convegno
Roma, 10/2/2004
- È molto difficile che il nostro Paese abbia un interesse per la ricerca dal momento che la
scienza non è considerata parte della cultura. La formazione dei giovani attraverso i primi tre
ordini scolastici è basata essenzialmente su di una concezione filosofico-letteraria in cui la
scienza trova uno spazio molto limitato e comunque secondario, mentre le scoperte scientifiche
rappresentano oggi non solo una parte importante delle nuove conoscenze, ma anche un forte
cambiamento della vita sociale nonché un elemento essenziale per l'innovazione ed il conseguente
sviluppo di prodotti ad alto valore aggiunto.
La mancanza di questa cultura é responsabile della propensità di una parte della popolazione
italiana alla magia, al mistero ed ai miracoli anzicché alla razionalità : il caso Di Bella -
coinvolgendo anche strati colti della popolazione - é stato paradigmatico in questo senso.
Inoltre questa scarsa cultura scientifica si ripercuote necessariamente in modo significativo sugli
atteggiamenti dei politici che a parole riconoscono il ruolo della scienza, ma nei fatti non
mettono mano a provvedimenti utili a promuoverne lo sviluppo ed anzi ne tagliano le risorse.
L'accento è oggi normalmente posto sull'importanza del trasferimento tecnologico
dall'accademia all'industria. Pur essendo favorevole a tale atteggiamento, non va dimenticato che
la sorgente della tecnologia é rappresentata - a tempi più o meno lunghi - dalla ricerca di base.
Senza questa ricerca che esplora lo 'sconosciuto' non esiste alcuna possibilità di trasferimento
innovativo.
- L'impegno per la ricerca dello Stato Italiano é sempre stato scarso a prescindere dal segno
politico dei Governi. L'atteggiamento é frequentemente quello di tollerare un'attività che drena
risorse, anzicché cercare di considerare la ricerca un investimento che va ottimizzato per
ottenerne il miglior risultato possibile.
La incapacità di premiare il merito é una caratteristica del finanziamento statale con il
risultato di una dispersione delle risorse che non permette di ottenere risultati
significativi. Manca nel nostro Paese un'Agenzia per la Ricerca e preoccupa una
tendenza anche legislativa verso la regionalizzazione mentre sarebbe necessaria una forte
spinta verso l'integrazione europea.
Le risorse totali per la ricerca nei Paesi europei sono superiori alle risorse degli Stati
Uniti, ma purtroppo vengono utilizzate in modo ridondante. Per fare un esempio, mentre negli Stati
Uniti la ricerca pubblica sui tumori è finanziata centralmente da parte del National Cancer
Institute, nell'Unione Europea abbiamo quindici programmi di ricerca che affrontano essenzialmente
gli stessi temi senza alcun coordinamento. Il sesto programma quadro dell'Unione Europea presentato
come una grande innovazione rappresenta fra il 2 ed il 4 percento della somma delle risorse
nazionali. Un errore fondamentale nella politica della ricerca é stata la identificazione della
ricerca con l'Università.
L'università - in campo biomedico - è stata molto più solerte nel fabbricare cattedre e
professori anzicché migliorare la qualità della formazione dei giovani che rimane pur sempre la sua
missione fondamentale. L'Università oggi non può più essere la sede esclusiva in cui affrontare i
grandi temi posti alla biologia ed alla medicina dalle nuove conoscenze della genomica e della
proteomica. Sono necessarie istituzioni accademiche non universitarie che in collaborazione, ma
anche in competizione, si occupino a pieno tempo di ricerca divenendo anche la sede per la
formazione avanzata che richiede da parte dei giovani il massimo coinvolgimento nella vita di
laboratorio (training on the job) differentemente da quanto avviene spesso in Università ai
dottorandi di ricerca.
Queste istituzioni si sono comunque formate in campo biomedico; IRCSS, Fondazioni ed altri
Enti non profit rappresentano oggi nel nostro Paese una parte non indifferente della ricerca, pur
non potendo far parte dei centri di Eccellenza denominazione riservata - in modo
autoreferenziale - , alle sole strutture universitarie.
In questo senso arriva anche la proposta dell'IIT accolta in modo negativo nella maggioranza
delle istituzioni accademiche; si é trattato di una reazione emotiva-corporativa, pur comprensibile
per lo stato di miseria in cui si ritrova la ricerca di base. In realtà l'iniziativa dell'IIT
rappresenta un tentativo di rottura con il sistema esistente, uno 'shock' che viene dato a chi in
tanti anni non ha avuto la capacità di costruire un sistema accademico basato sulla meritocrazia. È
giusto avere un atteggiamento critico, ma è altrettanto giusto esercitarlo quando saranno resi noti
i metodi ed i contenuti attraverso cui realizzare questo nuovo Istituto.
Dovrebbe comunque suscitare interesse e partecipazione un'iniziativa del Governo che per la
prima volta apre per lo meno uno scenario nuovo. Fra le obiezioni e le esortazioni non sono mancate
le richieste di costruire il nuovo Istituto 'vicino' all'Università; mi auguro invece che sia
'lontano' se vuol sorgere con autonomia ed innovazione. È stato anche affermato che un Istituto del
genere sarà sterile perché non ha l'accesso ai giovani. Permettetemi una notazione personale.
Quando nel 1961 abbiamo fondato l'Istituto 'Mario Negri', la prima fondazione in Italia per
fare ricerca, le reazioni accademiche non sono state diverse dalle attuali. Da allora nei nostri
laboratori si sono formati circa 4.000 giovani italiani e stranieri che non hanno avuto bisogno di
'precariato' per ottenere posizioni rilevanti nel mondo universitario, ospedaliero ed
industriale.
- Si è accennato nei precedenti interventi al fatto che l'Industria investe in ricerca
proporzionalmente molto meno dello Stato rispetto ad altri Paesi. Ciò è documentato dai dati, ma va
ricordato che gli investimenti dei due comparti - pubblico e privato - sono complementari. È molto
difficile pensare che industrie locali e multinazionali investano in ricerca semplicemente per
ragioni di vantaggi fiscali; questi possono essere utili, ma solo se il Paese svolge una politica
che permetta di avere a disposizione ricercatori, laboratori ed infrastrutture pronte a
collaborare. È un po' problematico pensare di fornire ricercatori considerando che per ogni mille
occupati ne abbiamo la metà della media dell'Unione Europea. In campo biomedico il problema è
ancora più grave perché non abbiamo una struttura industriale con cui interfacciarci, pur avendo un
grande 'cliente' rappresentato dal Servizio Sanitario Nazionale.
L'industria farmaceutica, quella di dimensioni adeguate alla competizione multinazionale é
praticamente assente in Italia, una grave deficienza considerando che questa industria è trainante
per una serie di altre attività industriali: dalla cosmetica alla dietetica, dall'alimentare alla
diagnostica. Un Paese come l'Italia che rappresenta il quinto mercato farmaceutico non può non
riflettere su questa carenza per cercare di sviluppare una strategia a medio e lungo termine.
Mi auguro che queste considerazioni possano contribuire a prospettare concrete proposte per
migliorare la ricerca italiana, nella speranza che il prossimo convegno dia per scontata la
diagnosi e si concentri invece sulla terapia.
Silvio Garattini
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