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Corriere della Sera


3/10/2004

“La verità sull'industria dei farmaci: come ci imbrogliano (how they deceive us) e cosa possiamo fare per difenderci”. Marcia Angell questa volta non risparmia nessuno. “L'industria dei farmaci ha perso la sua vocazione, è diventata una macchina per soldi, vende farmaci, neanche tanto efficaci, ed esercita il suo potere piegando ai suoi interessi tutti quelli che trova sulla sua strada”.   Lei  è di quelli che se lo possono permettere. Professore ad Harvard, poi per 25 anni al New England Journal of Medicine, vicedirettore per 15 anni e direttore nel '99. Ha lasciato nel 2000 per difendere l'indipendenza del giornale dall'ingerenza della proprietà. Time Magazine l'ha messa tra i 25 americani più influenti. Certi suoi editoriali hanno fatto scuola.

Uno, su tanti, del 2000: “ La medicina accademica è in vendita? “. Al New England ha curato lei, in prima persona,  la pubblicazione di centinaia di studi clinici. Da scienziato e da giornalista,  di quelli che  “fanno” il giornale. Un lavoro enorme, di scelta dei migliori lavori (fra migliaia), di critica, di revisione, di discussione con gli autori. Tanti di questi lavori  coinvolgevano farmaci e industria del farmaco. Adesso Marcia Angell racconta la sua verità. In America di farmaci si spende 200 miliardi di dollari (all'anno), senza quelli che vengono prescritti negli ospedali. “Dicono che il costo dei farmaci è così alto perché c'è da pagare la ricerca. Vero?”

No, scrive Marcia Angell, di ricerca l'industria spende meno della metà di quanto spende in promozione. Il profitto dell'industria farmaceutica supera quello dell'industria del petrolio. Fra le prime 500 imprese della classifica di Fortune (2002) di industrie farmaceutiche ce ne sono 10, per un profitto di 40 miliardi di dollari, di più di quello delle altre 490 messe insieme. “Ma in questi anni l'industria ha messo sul mercato tanti nuovi farmaci…” Tanti sì, nuovi no. Il primo farmaco per abbassare il colesterolo (nel '87) era nuovo. Da allora ne sono stati fatti tanti altri più o meno tutti uguali, tutti man mano che uscivano presentati come migliori di quelli di prima. Non è vero quasi mai. C'è il caso di un vecchio diuretico, il clortalidone (se ne è occupato anche il Corriere perché non si trova più nemmeno in farmacia) che cura la pressione alta meglio di tanti altri farmaci più recenti. Per le forme di ipertensione più grave ci sarebbero gli ACE-inibitori un'altra novità vera, ma adesso stanno andando fuori brevetto.

Vuol dire che si può fare il generico che si vende al 20% del prezzo e contiene lo stesso principio attivo. Per gli ammalati va altrettanto bene, per i sistemi sanitari sarebbe un toccasana. Ma all'industria non conviene più. Servono farmaci nuovi, coperti da brevetto che può vendere al prezzo che vuole. (E sono arrivati, puntualmente,  - i medici li chiamano sartani - e sono già in cima alla classifica delle vendite). “Qualche vantaggio almeno dall'avere tanti farmaci ci sarà: se  un ammalato non ci si trova bene con uno, ne può  provare un altro, per esempio”.  Vero, ma l'industria non sperimenta mai i farmaci nuovi nei pazienti che non rispondono a quelli vecchi. ”Tanti farmaci più o meno uguali serviranno almeno a tenere bassi i prezzi”. Neanche, si è mai visto pubblicizzare un farmaco perché costa meno di un altro? No, piuttosto l'industria apre nuovi  mercati.

Se si convincessero  tutti quelli che sono un po' giù di morale che è depressione, il mercato degli psicofarmaci sarebbe enorme. Ma i medici dove sono? Possibile che non le sappiano queste cose? Sì, ma l'industria spende miliardi di dollari per convincerli a prescrivere certi farmaci. (E’ la dimostrazione che fanno poco. Chi trovasse una cura per i tumori, o per qualche tumore, o per un tumore, avrebbe clienti da tutto il mondo). Cosa si può fare? Bisogna cambiare le regole. Chi vuole mettere un nuovo farmaco sul mercato deve poter dimostrare che è meglio di quelli che ci sono già, non che è meglio di una pillola di zucchero (placebo). Poi non va bene che membri dell'FDA e del mondo accademico siano legati all'industria da interessi economici.

Quanto più un medico è bravo, quanto più fa opinione, tanto più l'industria lo coinvolge in attività molto ben remunerate. Questo finisce per rendere sospetti anche gli studi presentati come indipendenti. Anche gli ammalati possono fare qualcosa. Fare domande per esempio, chiedere che evidenze ci sono che un determinato farmaco sia davvero efficace, se ce ne sono altri che vanno altrettanto bene e magari costano di meno,  e persino se ci sia proprio bisogno di un farmaco. Certe volte è sufficiente cambiare un po' lo stile di vita. Senza contare che la maggior parte dei disturbi, come sono venuti, tante volte  se ne vanno da soli.

Giuseppe Remuzzi

 

 
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