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Studenti in affitto

Corriere della Sera, Lombardia


6/9/2004

Si è parlato in questi giorni di studenti e di università e delle tante ragioni per scegliere Milano. Ma quanti possono pagare 800 Euro al mese per un posto letto (che si aggiungono agli oltre 2000 di deposito)?  Invece dovrebbe essere il contrario, non gli studenti che cercano Milano, ma Milano che cerca gli studenti migliori dall'Italia (e, perché no?, dall'Europa), con proposte capaci di competere con le altre università. Che comprendono l'alloggio, certo, perché se una città è troppo cara per viverci è inutile parlare di quanto sono bravi i professori e di quanto competitivo e nuovo possa essere il curriculum. I rettori delle università sanno benissimo che la loro forza è, e sarà sempre di più, quella di attirare gli studenti migliori. La Regione ha già un finanziamento. Il Comune ha identificato le aree e approvato i progetti. La Camera di Commercio è disponibile. Ci sono tutti gli elementi perché nel giro di pochi anni gli studenti più motivati, che scelgono Milano, possano venirci  - se sono davvero bravi -  pagando un affitto modesto (come succede per le università dell'Olanda, per esempio, dove l'affitto per gli studenti bravi costa meno di un quarto di quanto costerebbe al mercato libero o in Inghilterra dove Blair vorrebbe aumentare le borse di studio a favore degli studenti più meritevoli che non hanno soldi).
Ma non illudiamoci che basti risolvere il problema degli alloggi perché Milano (ma vale per Roma, Firenze e Napoli) diventi improvvisamente capace di attirare gli studenti migliori come è negli Stati Uniti per l'università di Harvard e Stanford o in Inghilterra per Cambridge.
Le università italiane hanno bisogno di rinnovarsi ben al di là della 'riforma degli alloggi' (comunque necessaria). Oggi dei docenti delle nostre università ce ne sono 60.000 con più di 60 anni e i ricercatori, che dovrebbero avere 30-35 anni, hanno tra i 50 e i 55 anni. I finanziamenti per la ricerca, che andrebbero dati ai ricercatori, passano invece attraverso i capi e arrivano comunque con grande ritardo, dopo lunghe trafile burocratiche.  Da anni, da quando Science ha dedicato una pagina intera ai concorsi italiani 'Corruption scandal reaches academy' (la corruzione arriva all'accademia) i concorsi universitari italiani sono al centro di dibattiti, ma non cambia mai niente. Ogni tanto qualcuno protesta, se ne occupa la magistratura, c'è un piccolo scandalo. Poi torna tutto come prima. Le nostre università, per attirare gli studenti migliori, dovrebbero cominciare a contendersi i professori migliori - e in Italia ce ne sono - come succede negli Stati Uniti. Là le università competono anche per i programmi che sono molto diversi fra loro così che lo studente possa scegliere. Da noi no. C'è qualcosa che si può fare? Per cominciare togliere valore legale alla laurea. In Italia avere una laurea, in medicina per esempio, significa di fatto poter esercitare la professione. Ci sarebbe un esame di Stato, ma è come se non ci fosse (c'è qualcuno che è stato mai bocciato?). Se invece l'esame di Stato servisse a stabilire chi davvero può fare il medico e chi no, sarebbero gli studenti a cercarsi le università migliori, i professori più bravi e i programmi di ricerca più competitivi. E le università si contenderebbero i professori più capaci. Fino a qualche anno fa, chi dicesse di togliere valore legale alla laurea passava per matto, adesso quanto meno si parla.   Chissà che fra un po' non succeda davvero.

Giuseppe Remuzzi

 

 
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Ultimo aggiornamento: 21 maggio 2012 21.36.09 CEST