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Embrione, così la ricerca aiuta le nascite
Il Corriere della Sera
9/6/2005
‘Tutti gli embrioni della fertilizzazione in vitro dovrebbero essere studiati per escludere
anormalità genetiche prima dell'impianto’ hanno detto gli scienziati che in questi giorni si sono
incontrati a Londra al Centro Queen Elisabeth.
È stato un simposio molto speciale, fatto anche per raccontare al mondo dei successi della
medicina nel campo della sterilità e ancora di più nel campo della diagnosi pre-impianto, e poi per
parlare di cosa succederà nei prossimi anni.
Con la diagnosi pre-impianto si è riusciti a curare l'anemia di Fanconi per esempio, e la
sindrome di Down, che è abbastanza frequente, purtroppo, in chi ha una gravidanza a 40 anni o
oltre.
Adesso si stanno studiando i geni che sopprimono i tumori ereditari e geni legati alla
demenza senile, e quelli legati a tante altre malattie del sistema nervoso. Così sarà possibile, un
giorno, che queste gravi malattie non si trasmettano ai figli.
C'erano anche dei bambini alla conferenza di Londra (che hanno preso parte a un incontro
separato), quelli “della provetta”, quelli che sono venuti dopo Louise Brown, la prima, nata il 25
luglio 1978, proprio, guarda caso, a Londra.
Insieme a tanti scienziati e ai bambini c'era James Watson che il pubblico conosce per aver
contribuito a scoprire la struttura del DNA. Oggi nel mondo i “bambini della provetta” sono più di
un milione e mezzo. Bambini come tutti gli altri, solo che non sarebbero mai nati senza queste
tecniche.
Uno dei relatori ha discusso la possibilità di comparare negli embrioni, l'espressione di
geni diversi: servirà a capire perché certi embrioni si impiantano e altri no. Certo per farlo
bisogna poterli studiare, gli embrioni (quelli, s’intende, già congelati, che così aiuteranno la
cura di tante malattie ereditarie, invece che morire nell'azoto liquido, o essere buttati).
Capire perché certi embrioni riescono ad impiantarsi ed altri no, servirà a migliorare i
risultati della fecondazione artificiale, certo, ma servirà anche a capire perché nella donna solo
una piccola parte degli oociti fecondati trovano le condizioni per svilupparsi.
Spessissimo non succede e il prodotto del concepimento si perde. Ma se la perdita di più di
un milione di embrioni, al giorno nel mondo, in seguito alla procreazione naturale, equivalesse
alla morte di altrettanti bambini, allora l'essere incinte sarebbe una catastrofe, e evitare la
perdita di queste vite dovrebbe essere un impegno morale molto più importante che opporsi alla
guerra, all'aborto o alla ricerca sulle cellule staminali.
Durante la conferenza di Londra Yury Verlinski – che lavora a Chicago – ha portato i
risultati di uno studio su più di 700 coppie sterili. Tutte hanno fatto la fecondazione assistita,
tante hanno fatto anche una diagnosi pre-impianto, tante no.
Si è visto che se si fa la diagnosi pre-impianto le probabilità di avere un bambino è dell’8
0%. Senza diagnostica pre-impianto c'è solo l'11% di probabilità di avere un bambino (ma e i
rischi del ciclo di stimolazione ormonale e dell'intervento per avere gli oociti sono gli stessi).
Ecco perché gli scienziati che si sono incontrati a Londra suggeriscono che le donne che
fanno la fecondazione assistita facciano anche, sempre, la diagnosi pre-impianto. Si è parlato
anche del futuro della fecondazione assistita.
Ci sono due linee di ricerca, a me pare, estremamente promettenti. Trovare marcatori genetici
che dicano di preciso quando l'embrione ha smesso di crescere (allora usare le sue cellule sarà
come utilizzare un organo per un trapianto) e trovare i geni che conferiscono all'embrione una alta
probabilità di impiantarsi nell'utero.
Queste ricerche sono già molto avanti. Se tutto andrà per il verso giusto, presto non sarà
più necessario creare embrioni in soprannumero. Ci si limiterà a quelli che hanno chances di
impiantarsi.
Ma allora per tutelare davvero l'embrione bisogna studiare l'embrione? È proprio così, e
succede spesso, in medicina (con la terapia genica, per esempio, si studia come si integrano i
virus nel genoma, per mettere a punto sistemi di trasferimento di DNA che non impieghino vettori
virali).
Nel dibattito sulla fecondazione assistita è un gran bene che ciascuno possa dire la sua, ma
lo si dovrebbe fare tenendo conto, almeno un po', delle conoscenze scientifiche.
Lo ha detto benissimo il Cardinale Martini (che ha fatto capire di avere fiducia negli
scienziati) “bisogna che la scienza ci dica i suoi segreti, e che questi non divengano occasione di
scelte politiche precipitose”.
Giuseppe Remuzzi
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