|
Fumo, gli anni bui delle ricerche occulte
l Sole 24 Ore, @lfa
12/5/2005
Molti medici che hanno gioito all'approvazione e soprattutto all'applicazione della nuova legge sul
fumo non hanno probabilmente avuto modo di seguire le vicende che hanno caratterizzato gli sforzi"
di pochi irriducibili" per far conoscere ciò che oggi è largamente condiviso. Tutti infatti siamo
convinti della pericolosità del fumo da tabacco: la stima di 8Omila morti all'anno solo nel nostro
Paese è terrificante anche se non ha mai dato luogo a provvedimenti restrittivi come è avvenuto per
molti altri "pericoli" per la salute che potrebbero essere considerati marginali rispetto al fumo.
Infarti miocardici, ictus cerebrali, arteriti, bronchiti croniche, enfisema, asma sono alcune
delle malattie "evitabili" che si sommano ai tumori del cavo orale, del polmone, del pancreas e
della vecscica per formare un impressionante spettro di problemi che drena un'importante
percentuale di risorse economiche e organizzative del Servizio Sanitario Nazionale. Tuttavia è
utile ricordare che negli anni Cinquanta del Dopoguerra, quando anche in Italia era ancora
possibile propagandare le sigarette, i "benefici" del fumo erano spesso l'argomento principale.
La pubblicazione di studi epidemiologici fondamentali, in primis quelli di Dolì in
Inghilterra e Wynder negli Stati Uniti, che lasciavano poco spazio alla discussione sul ruolo
causale esistente fra fumo e tumore del polmone, hanno rappresentato la base per il famoso rapporto
del Surgeon General degli Stati Uniti nel 1964.
Questo rapporto aprì una nuova era in cui era veramente difficile dubitare della pericolosità
del fumo, nonché del ruolo della nicotina nell'indurre una forte dipendenza. Questa convinzione ha
generato, come logica conseguenza, anche in Italia la proibizione della pubblicità delle sigarette.
Ciononostante l'industria del tabacco ha reagito trovando il modo di continuare a propagandare il
marchio di sigarette attraverso altre attività.
La pubblicità. Ancora oggi alcuni marchi di sigarette sono propagandati attraverso
gli sport, in particolare quello automobilistico e motociclistico, con investimenti così massicci
da non metterne in discussione l'efficacia. L'industria del tabacco, nonostante dichiarazioni
contrarie, non solo è sempre stata al corrente dei danni indotti dai suoi prodotti, ma ha cercato
con ogni mezzo di aumentare il mercato del
tabacco. Ad esempio, pur affermando in varie sedi ufficiali, perfino nel 1994, che la
nicotina non era additiva, cercava tuttavia di aumentarne il contenuto nelle sigarette per
accelerare la comparsa della dipendenza.
Analogamente all'informazione pubblica che ha condotto alla diminuzione dei fumatori, reagiva
concentrando i suoi sforzi sulle donne, sui giovani e sugli abitanti dei Paesi in via di sviluppo.
I finanziamenti. Niente è stato escluso da parte dell'industria per influenzare
con mezzi spesso illeciti il consumo di sigarette. Basti pensare al finanziamento di attori del
cinema per mostrarsi con la sigaretta in bocca nel corso dei film ("Superman II". "License to
Kill". "Supergirl"and 'Beverly Hills Cop") come pure al pagamento di ricercatori perché mettessero
in dubbio i risultati di lavori scientifici di altri colleghi che pubblicavano prove riguardanti il
danno da tabacco.
Un recente dettagliato articolo di P.A. Dietheim et al. (The Lancet, 11 novembre 2004, 1-7)
rivela che la Philip Morris costituì negli anni '70 in Germania un Istituto di ricerca, denominato
Infibo, che aveva il compito di realizzare ricerche mantenendo il segreto circa i suoi
finanziatori. Apparentemente questa istituzione - secondo indagini condotte dagli Autori - svolgeva
esperimenti che dimostravano la tossicità del fumo, ma pubblicava lavori che ne mettevano in dubbio
la pericolosità.
L'industria del tabacco in questi ultimi anni, forzata dalla mole delle evidenze, ha dovuto
ammettere che il fumo di sigaretta era dannoso per la salute, ma continua a mettere in discussione
i danni del fumo passivo. Eppure, secondo alcune testimonianze, studi condotti dall'Infibo
dimostrano che il fumo che esce dalla punta della sigaretta, quello che si diffonde nell'ambiente,
è almeno tre volte più tossico del fumo che viene inalato dal fumatore.
Effetto cancerogeno. Un altro lavoro pubblicato da A. Bitton et al. (The Lancet, 14 gennaio
2005,1-10) racconta una storia interessante sulla carcinogenicità del benzo(a)pirene, un prodotto
della combustione del tabacco, che era conosciuto fin dal 1952 dai ricercatori della Brown and
Williainson Tobacco Cornpany. Si è in seguito stabilito che il benzopirene agiva attraverso un suo
metabolita, inducendo mutazioni nel gene p53 che codifica per una proteina che agisce come
oncosoppressore.
Queste mutazioni sono analoghe a quelle che si ritrovano nei tumori al polmone dell'uomo,
stabilendo una buona base per spiegare l'effetto cancerogeno del benzo(a)pirene. L'importanza di
queste ricerche scatenò immediatamente (nel 1996) una campagna per metterne in dubbio la validità
scientifica.
Bitton et al. mostrano evidenze secondo cui alcuni oppositori avevano ricevuto consistenti
finanziamenti da parte dell'industria del tabacco.
E tuttavia interessante notare che molte di queste ricerche non riportavano la sorgente dei
finanziamenti, nè tantomeno l'esistenza di conflitti d'interesse.
Un'altra indagine ha mostrato, come atteso, che tra gli autori gli articoli finanziati
dall'industria del tabacco avevano 88 volte più probabilità rispetto ad articoli indipendenti, dì
concludere che il fumo passivo non era pericoloso per la salute dell'uomo (D. Barnes and L. Bero,
Jama, 1998, 279, 1566).
Il ruolo del medico. Queste informazioni e considerazioni devono indurre i medici
a riflettere in due direzioni. Anzitutto, attraverso il buon esempio, evitando di fumare perché un
medico che fuma annulla automaticamente nei suoi pazienti
il valore di ogni informazione sulla pericolosità del fumo. In secondo luogo, assumendo una
funzione attiva per aiutare fumatori e fumatrici ad abbandonare questa forma di tossicodipendenza.
Basterebbe che ogni medico chiedesse a tutti i suoi assistiti se fumano, e dedicasse cinque
minuti per quantificare i rischi e i danni del fumo, per convincere il 2-3% dei fumatori a
smettere.
Ciò equivairebbe a 2-300mila fumatori in meno in Italia, ossia più di quanti sì possano
ottenere con terapie sostitutive alla nicotina, bupropione o supporti psicologici, che
necessariamente sono rivolti a una frazione limitata di fumatori. Nessun intervento terapeutico
potrà dare un beneficio alla salute pubblica comparabile a quello dì far in modo che le sigarette
divengano umì ricordo di altri tempi.
Silvio Garattini
|