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In Italia la pagella solo agli ospedali
Corriere della Sera
03/01/2005
Chiunque di noi, quando dovesse avere necessità di un intervento chirurgico, di sostituzione,
poniamo, della valvola mitrale (ma se uno deve togliere le tonsille o la colecisti è lo stesso),
vorrebbe avere il chirurgo più competente, essere operato con una tecnica d'avanguardia, ma sicura,
in un ospedale ben organizzato.
Ma come fa l'ammalato a scegliere? Un'idea ci sarebbe, viene dall'Inghilterra.
Là a chi opera per il Servizio sanitario nazionale, si chiederà di mettere a disposizione
degli ammalati i loro dati di "performance".
Di un certo chirurgo si saprà quanti interventi ha fatto, che generi di interventi, che
complicanze.
È una buona idea, che va messa in pratica con giudizio (chi opera ammalati gravi o gravissimi
ha più insuccessi di chi si limita ai casi più facili, e se questa norma incentivasse i chirurghi a
occuparsi solo di cose semplici sarebbe un disastro).
Ma ammesso che si sappia tener conto della complessità e di tante altre faccende (tante volte
i risultati dipendono dall'organizzazione e sempre di più i medici vanno affiancati a biologi,
matematici, informatici), sarà un altro piccolo passo avanti perché l'ammalato sia meno "paziente"
e più "consumer".
Uno cioè che partecipa attivamente a quanto gli succede intorno.
Uno che capisce i progetti del suo dottore e sceglie (e condivide la responsabilità).
Che sa che in medicina non ci sono certezze, ma gradi di probabilità.
Vuol dire scegliere non il chirurgo che non sbaglia, ma quello che ha meno probabilità di
sbagliare.
In Italia è diverso, i nostri tentativi di "certificazione" riguardano per ora solo le
strutture sanitarie e le procedure, non i medici.
Il nostro Sistema sanitario - nato con l'intento di dare a tutti i cittadini quello di cui
hanno davvero bisogno - consente a chi lavora negli ospedali pubblici di fare professione privata,
prima solo dentro l'ospedale, adesso anche nelle case di cura private.
Così chi paga può scegliersi il chirurgo e avere subito quello di cui ha bisogno, gli altri
in generale non scelgono, e aspettano (per l'ernia non c'è problema, ma per un tumore alla mammella
non va bene).
In un sistema così dare agli ammalati il curriculum del chirurgo servirebbe a poco.
E ci sono due anomalie tutte italiane cui prestare attenzione:
- servirebbe una riforma delle scuole di medicina. Oggi in Italia i medici sono troppi (6 su
mille abitanti, contro i 3,3 della Francia, i 3,2 della Germania, l'1,5 dell'Inghilterra).
Se i chirurghi sono troppi, è difficile fare l'esperienza che serve e i talenti (e ce ne
sono) emergono tardi;
- Il nostro Sistema sanitario non ha ancora saputo separare la politica dalla gestione.
È compito della politica dare gli indirizzi e se saranno buoni il sistema-salute migliorerà
e gli elettori se ne ricorderanno.
Ma fatte le scelte di fondo, la realizzazione va affidata a tecnici, competenti e
appassionati, e che siano liberi di decidere dalla parte degli ammalati. Invece, i direttori
generali degli ospedali (con poche eccezioni) sono scelti perché vicini a questo o quel partito.
Che a loro volta spesso scelgono i primari con lo stesso criterio.
Se un giorno l'Europa ci chiederà di dare agli ammalati il curriculum dei nostri dottori, che
curriculum sarà?
Giuseppe Remuzzi
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