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Maggior rigore nel mondo dei farmaci
Specchio Economico
4/2005
Cosa sta succedendo nel campo dei farmaci? Una serie di scandali in un breve periodo di tempo sta
seminando confusione nel pubblico.
Antidepressivi per i bambini che risultano più pericolosi di quanto si creda perché alcune
ricerche negative non sono mai state pubblicate. Ritiro di un farmaco anti infiammatorio per danni
cardiovascolari che potevano essere rilevati con tre anni di anticipo.
Accuse agli organismi regolatori – FDA ed EMEA – per non gestire in modo adeguato gli
interessi degli ammalati. Come stanno in realtà le cose? Come premessa si può dire che il mondo del
farmaco è a disagio perché la farmaceutica è sempre di più un grosso affare.
Considerando solo la situazione italiana ogni giorno il Servizio Sanitario Nazionale
spende 32 milioni di euro (circa 64 miliardi di vecchie lire) mentre gli italiani spendono
direttamente altri 17 milioni di euro. Ogni giorno si acquistano 5 milioni di confezioni, per non
parlare degli acquisti degli pseudofarmaci dell'erboristeria o dell'omeopatia. In modo lento, ma
ineluttabile i farmaci da “strumento di salute” stanno diventando dei veri e propri “beni di
consumo”.
Vi sono ogni giorno in Italia circa 30.000 informatori farmaceutici che visitano dagli 8 ai
10 medici per portare messaggi che certamente non mirano a limitare i consumi, né tanto meno a
diffondere una cultura in cui i farmaci vengono visti non solo come portatori di benefici, ma anche
inevitabilmente come generatori di tossicità.
Basterebbe ricordare che ogni giorno si ricoverano in ospedale circa 400 persone per
sintomatologie derivanti dal cattivo uso di farmaci. I mass-media, annunciando quasi ogni giorno
qualche scoperta, creano una grande attesa fra gli ammalati ed i loro familiari, la quale,
purtroppo, si traduce spesso in una altrettanto grande delusione.
I farmaci sono diventati la soluzione di tutti i problemi, spesso anche di quelli che non
hanno nulla a che fare con la medicina. Una mentalità “farmacocentrica” giova a chi vende farmaci,
ma fa dimenticare quanto invece sia importante prevenire le malattie attraverso l'adozione di buone
abitudini di vita.
Quando gli affari acquistano grandi dimensioni occorre proteggerne lo sviluppo attraverso
attività di lobby che agiscono a vari livelli, ma anzitutto all'origine, cioè fin dalla
formulazione delle leggi che attualmente si collocano prevalentemente ad un livello europeo. Ecco
alcuni punti della legislazione che certamente non sono dalla parte dell'ammalato.
A partire dal 1995, ormai da un decennio, è stato creato un organismo denominato EMEA con
sede a Londra che ha il compito di approvare i nuovi prodotti farmaceutici per poi seguirli nel
tempo al fine di precisare le indicazioni e le controindicazioni. Le decisioni prese dall'EMEA
diventano automaticamente ed obbligatoriamente operative in tutti i 25 paesi dell'Unione Europea.
Come tutti gli enti europei anche l'EMEA dipende da un direttorato (l'equivalente di un Ministero)
della Commissione Europea (l'equivalente del governo).
Da chi dipende l'EMEA? Dal di rettorato dell'Industria! Una grave anomalia considerando che
in tutti i Paesi europei, e non solo, le agenzie che si occupano del farmaco rispondono al
Ministero della Salute. È chiaro che l'attribuzione dell'EMEA alla direzione dell'industria
indica un indirizzo che vuole privilegiare il farmaco come prodotto industriale piuttosto che come
presidio di salute pubblica. Questa collocazione ha poi determinato una serie di regole che sono
quanto meno discutibili.
Ad esempio il bilancio dell'EMEA dipende per circa il 70% dalle tasse che l'industria paga
per i servizi che riceve; le industrie, visto che pagano, hanno il diritto di indicare uno dei due
rapporteur che devono valutare il dossier presentato per ottenere l'autorizzazione al commercio; le
industrie hanno il diritto di ritirare il loro dossier in qualsiasi momento della procedura; tutta
l'attività dell'EMEA è circondata dal segreto precludendo in questo modo ogni valutazione da parte
di gruppi esterni che avrebbero il diritto di conoscere nel dettaglio in base a quali criteri
vengono approvati i nuovi farmaci.
Tuttavia è forse ancora più grave il fatto che, secondo la legislazione, i farmaci devono
venir valutati sulla base di tre caratteristiche: qualità, efficacia, sicurezza senza che sia
necessario fare confronti con farmaci già esistenti per le stesse indicazioni.
In altre parole non è necessario dimostrare che il nuovo farmaco abbia un qualche “valore
aggiunto” che ne giustifichi l'immissione nell'ambito dell'armamentario terapeutico già
disponibile. Questo è il modo per riempire il mercato di farmaci senza avere alcuna possibilità di
stabilire se i “nuovi” farmaci siano meglio o peggio di quelli già esistenti. Ciò naturalmente
tende a creare confusione sia per chi dovrà stabilire a livello nazionale se ammettere alla
rimborsabilità i farmaci approvati dall'EMEA, sia per i medici che prescriveranno in modo acritico
sotto la spinta della informazione di parte di cui sopra.
Queste considerazioni ci permettono di ritornare ad uno dei punti di partenza, cioè al ritiro
da parte dell'industria produttrice di un farmaco anti infiammatorio di seconda generazione
appartenente alla classe dei cosiddetti coxib che verrà riammesso al commercio dalle autorità
regolatorie con una serie di controindicazioni.
Ci possiamo infatti chiedere quali sono i reali vantaggi dei coxib rispetto agli anti
infiammatori di prima generazione denominati fans. Sul piano dell'efficacia non esiste nessuna
differenza: i coxib non sono più attivi dei fans anzi semmai sembrano essere meno efficaci. Hanno
invece il vantaggio di essere meno tossici per il sistema gastrointestinale.
È noto infatti che i fans in una percentuale fra il 5 ed il 7% possono dare dolori
gastrici, sanguinamento e addirittura formazione di ulcere. I coxib tuttavia non sono completamente
privi di effetti gastrotossici che possono aumentare a seconda delle dosi ed in rapporto ai tempi
di somministrazione. Il buon senso vorrebbe quindi che, considerando anche l'alto costo dei coxib
rispetto ai fans, i primi venissero riservati solo ai pazienti che non tollerano i secondi.
Va inoltre aggiunto che, in generale, i coxib vengono somministrati essi stessi in
associazione ad un gastroprotettore, ma se dobbiamo usare un gastroprotettore in
associazione, non è più logico usarlo con un fans? Aggiungiamo a tutto questo che i coxib hanno
dato a luogo a gravi effetti cardiaci (infarto). Il vantaggio per la gastrotossicità è quindi
ampiamente compensato in senso negativo dalla cardiotossicità.
I coxib hanno raggiunto cifre di vendita da capogiro soppiantando i fans. La domanda finale
è: abbiamo proprio bisogno di avere in commercio i coxib? La risposta è no, perché per le ragioni
sovraesposte hanno un rapporto beneficio- rischio che sembra inferiore a quello dei fans.
Silvio Garattini
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