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Il medico e la prescrizione

La Professione - n. 2


01/01/2005

Ogni giorno si scrivono nel nostro Paese, da parte dei medici italiani, circa 5 milioni di prescrizioni farmaceutiche, una cifra che sembra enorme se confrontata con la popolazione.
Una prescrizione dovrebbe essere l'atto conclusivo di un iter anamnestico e diagnostico che rischia invece di essere spesso un atto automatico e ripetitivo.
Ciò dipende dal fatto che la formazione universitaria, la informazione dell'industria e la pressione dei pazienti ha creato una mentalità farmacocentrica che non aiuta il medico ad essere critico rispetto all'impiego dei farmaci.
La visione che abbiamo del farmaco è enormemente ottimistica rispetto alla realtà e ciò è dovuto a varie ragioni.

Anzitutto la mancanza di dati scientifici: i farmaci vengono approvati a livello nazionale o europeo, quando sono ancora “immaturi” perché carenti di molte conoscenze che verranno forse disponibili in tempi futuri; non solo, i farmaci vengono approvati in rapporto a tre caratteristiche: qualità, efficacia e sicurezza, ma senza che vengano eseguiti studi comparativi per capire se sono meglio o peggio rispetto a farmaci già esistenti in commercio.
Questa mancanza di confronti e di dimostrato “valore aggiunto” permette all'industria di decantare  i suoi prodotti sulla base di proprietà minori o insignificanti che nulla hanno a che fare con una reale utilità clinica per i pazienti.
I 30.000 informatori farmaceutici che ogni giorno incontrano medici non hanno una funzione neutra: sono portatori delle informazioni che hanno ricevuto dall'azienda a cui appartengono; l'industria spende notevoli risorse non per beneficenza, ma per aumentare le vendite, il che vuol dire far aumentare le prescrizioni non sempre utilizzando mezzi limpidi.

Occorre sapere che le pubblicazioni scientifiche anche quelle più autorevoli, che vengono fatte conoscere al medico sono quelle più favorevoli al prodotto propagandato; spesso gli studi negativi non vengono neppure pubblicati; per cui anche chi vuole essere documentato e legge tutto finisce per avere una visione molto ottimistica dell'azione di un farmaco.
I recenti scandali riguardanti i farmaci antidepressivi (SSRI) che agiscono sulla serotonina sono istruttivi da questo punto di vista; i lavori positivi sui farmaci hanno tre volte più probabilità d'essere pubblicati rispetto ai lavori negativi.
Se i risultati sull'efficacia vengono enfatizzati, quelli sugli effetti collaterali vengono invece minimizzati.
Chi prescrive farmaci deve sempre fare attenzione alla tossicità: basti ricordare che ogni giorno nel nostro Paese, secondo il Ministero della Salute, ben 100 pazienti vengono ricoverati in Ospedale per tossicità dipendenti dall'impiego di farmaci.
La farmacovigilanza è ancora allo stato embrionale: i rapporti spontanei sugli effetti tossici sono una piccola frazione del totale; la ricerca attiva degli effetti tossici non fa parte della cultura clinica.
Ogni tanto notizie che arrivano in generale dagli Stati Uniti destano sorpresa e sgomento: i morti da cerivastatina per danni muscolari e l'aumento di infarto miocardico indotto dal rofecoxib sono fatti recenti.

Qualche volta si enfatizzano invece diminuzioni di tossicità, come nel caso dei Coxib che inducono minore gastro tossicità rispetto ai vecchi FANS.
Tuttavia non sempre il vantaggio osservato in studi clinici controllati si traduce in una minore tossicità nella pratica clinica; negli ospedali inglesi con l'avvento dei coxib si è notato un aumento dei ricoveri per sanguinamento gastrico perché probabilmente i medici convinti dalla propaganda sulla loro innocuità gastrica, prescrivono i coxib senza alcuna precauzione.
Gli antipsicotici di seconda generazione è vero che danno meno effetti extrapiramidali dei vecchi farmaci, ma si omette di sottolineare che danno luogo ad aumento di peso corporeo con conseguente sequela di effetti cardiovascolari e metabolici, inclusa una maggior frequenza di diabete.
Perché di fronte a qualsiasi novità o pseudonovità il medico sposta tutta la sua prescrizione sui nuovi farmaci?
Non vi sono esempi a sufficienza per ritenere che si debba esercitare cautela e comunque attendere che il  tempo permetta di avere a disposizione maggiori conoscenze?

È invalsa ormai nella prescrizione l'uso di utilizzare il nome commerciale, una cattiva abitudine che tende a far ignorare al medico il principio attivo che sta somministrando al suo paziente.
Questa abitudine rende difficile la prescrizione dei farmaci generici (meglio chiamarli equivalenti) che possono far risparmiare denaro al paziente soprattutto quando si tratta dei farmaci di fascia C.
Ogni giorno gli italiani spendono di tasca propria 17 milioni di euro per farmaci che sono di dubbia utilità e di scarsa documentazione scientifica.
I medici dovrebbero fare attenzione perché in molti casi sono farmaci inutili esclusi dal Prontuario Terapeutico Nazionale perché non rilevanti per la salute.
Se tutte queste informazioni facessero parte della cultura di ogni medico avremmo l'attuale volume di prescrizioni?

Silvio Garattini

 

 
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Ultimo aggiornamento: 22 maggio 2012 18.03.52 CEST