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Murray, l'uomo che cambiò la medicina
Corriere della Sera
21/12/2005
Questo lavoro descrive il caso di un trapianto di rene fra due gemelli.
"L'intervento ha avuto successo. La funzione del rene trapiantato è buona".
Sono le prime due righe di un vecchio articolo su 'Surgical Forum'.
L'intervento era stato fatto a Boston, da Joseph Murray, cinquant'anni fa precisi.
Da allora di trapianti ne sono stati fatti, al mondo, più di un milione, (più di 600.000 di
rene).
I gemelli erano Richard e Ronald Herrick (che fossero identici è stato stabilito con le
impronte digitali, chiedendo aiuto alla polizia).
Richard, che aveva una nefrite cronica e senza il rene di Ronald sarebbe morto; col trapianto
ebbe una vita normale per venti anni.
Ronald c'è ancora, ha 74 anni e sta benissimo.
Ci fu una discussione pubblica, i più erano contrari - a Ronald l'intervento non avrebbe
portato alcun vantaggio - così i dottori di Boston la decisione la presero da soli, con la famiglia
Herrick.
Da quel giorno ci provarono altri, a Parigi e a Londra.
Ma i trapianti andavano male, per via del "rigetto".
Si provò a irradiare il midollo osseo del ricevente ma era un metodo troppo pericoloso.
Il primo farmaco antirigetto - l'azatioprina - arrivò all'inizio degli anni '60, ci fu
qualche buon risultato, ma la maggior parte degli ammalati perdeva il rene subito dopo
l'intervento.
Nel '72 due farmacologi di Basilea estrassero da un fungo la ciclosporina: 'potrebbe servire
per il trapianto pensarono, e il farmaco finì nelle mani di Roy Calne, un chirurgo inglese.
Il dottor Calne per un po' se ne dimenticò, finchè un giorno la diede da provare a un suo
studente, Alkis Kostakis, che sulle prime non ebbe fortuna: la ciclosporina non si scioglieva.
Una sera che aveva lì un po' di olio (glielo mandava la madre, dalla Grecia) provò con
quello.
Nell'olio la ciclosporina si scioglieva bene e prolungava la sopravvivenza del trapianto di
cuore, nel ratto.
Nel frattempo Cris Barnard fece il primo trapianto di cuore a Città del Capo (a dirla tutta,
la tecnica l'aveva imparata negli Stati Uniti, arrivò primo perché in Sud Africa non c'era nessuna
legge che lo impedisse).
L'ammalato visse due settimane soltanto.
Se ne fecero altri di trapianti di cuore, un po' in Sud Africa e poi a Palo Alto e a Houston,
ma i risultati non erano buoni.
Oggi – per merito della ciclosporina - non c'è cardiochirurgo al mondo che non sia in grado
di fare il trapianto di cuore con successo.
Nel frattempo erano stati fatti anche i trapianti di fegato (a Denver) e poi si cominciarono
a fare trapianti di polmone, di pancreas (per i diabetici), e di intestino. Ma c' era e c' è il
problema del rigetto.
E dei farmaci che, alla lunga, sono tossici.
Ma quanto dura un trapianto? C'è chi ha vissuto più di 40 anni, ma il più delle volte non è
così, in media un organo trapiantato dura 10-12 anni.
La qualità di vita qualche volta è eccezionale (l'anno scorso Kelly Perkins, 42 anni, che
aveva avuto un trapianto di cuore sette anni prima, è arrivata in cima al Cervino).
Ma certe volte no, anche perchè chi ha fatto un trapianto è esposto a infezioni e al rischio
di avere un tumore.
L'ideale sarebbe insegnare all'organismo a riconoscere l'organo trapiantato come se fosse
proprio.
Negli animali ci si è già riusciti e fra un po' si riuscirà anche nell'uomo: allora, per
tante malattie sarà più semplice sostituire un organo che ripararlo.
Ma c'è e ci sarà sempre di più negli anni a venire il problema della mancanza di organi.
Si potrebbero usare gli organi degli animali, ma i problemi da superare sono ancora tanti.
Forse gli animali più che come fonte di organi da trapiantare potrebbero servire per farci
crescere organi (un fegato umano per esempio) partendo da cellule embrionali.
E se si provasse a costruirli in laboratorio, gli organi? Forse la strada giusta è proprio
questa: già oggi si costruiscono arterie e vene, e si sta provando con la vescica, ma per organi
complessi come il rene o il fegato ci vorrà ancora molta, molta ricerca.
Nel frattempo il dottor Murray, che oggi ha 85 anni, ha avuto il premio Nobel, per essere
stato il primo a far funzionare in un uomo il rene di un altro.
Chissà se, quando è iniziato l'intervento - alle otto precise di quella mattina di due giorni
prima di Natale di cinquant'anni fa - avrà pensato, anche solo per un minuto, a tutto quello che
sarebbe potuto succedere dopo.
Giuseppe Remuzzi
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