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Un passo necessario

Corriere della Sera, Lombardia


01/04/2005

"Io non ricordo, una sola volta che, trovandomi con colleghi, qualcuno si sia messo a parlare di qualche problema scientifico.
Nemmeno nei congressi, quasi tutti restano nei corridoi a fare manovre elettorali per i concorsi", chi lo dice è un professore dell'Università (Corriere 17 novembre 2003).

C'è qualcosa di vero? Molto. Ancora oggi, i concorsi universitari premiano i meno capaci.
Professori bravi ce ne sono, ma tutto è disperso, senza organizzazione (segretarie, tecnici, documentaristi).
E il sistema non migliorerà finché - parlo di medicina - in una città come Milano si potranno contare fino a venti cattedre di farmacologia, con denominazioni appena diverse per altrettanti insegnamenti più o meno uguali.
Cosa si può fare? Le scuole di medicina dell'Inghilterra e dell'Olanda possono farci da guida.
Potremmo prendere da lì qualche professore bravo.
Proprio come succede negli Stati Uniti dove gli scienziati e i medici migliori le Università se li rubano.

La forza del sistema americano, poi è che i ricercatori bravi si portano dietro i loro finanziamenti e i soldi vengono dati ai ricercatori, non alle istituzioni.
Così chiamare professori bravi - e si fa senza nessun concorso - è un modo per aumentare il prestigio delle Università, ma anche per risolvere i problemi economici.
Qualcuno ha obiettato: "va bene, ma se chiamiamo bravi scienziati dove li facciamo lavorare? chi gli compra le apparecchiature? e se le comprano, dove sono i tecnici per farle funzionare?"
E allora bisogna avere il coraggio di cambiare le regole.
I finanziamenti alle Università vanno diversificati. Sì, ma in base a cosa?

Alla ricerca che si fa, per esempio (il Governo in questo senso si sta muovendo, ma con una gran paura di toccare interessi consolidati), e poi agli studenti che si laureano in tempo e anche agli studenti stranieri che una certa università sa attirare.
Gli studenti stranieri, di dottorato, in Gran Bretagna sono il 30%, negli Stati Uniti il 25%, in Spagna l'11%.
In Italia sono il 2%. Ma, in tutto il mondo, le Università che fanno più ricerca e pubblicano di più sono proprio quelle con più studenti e docenti stranieri (negli Stati Uniti, nel 2002, - tanto per fare un esempio - c'erano più di 800 professori italiani. Quanti americani insegnano a Milano?).

Forse per migliorare l'organizzazione e per aumentare la competitività le rette di iscrizione dovrebbero essere più alte, salvo farsi carico - e questo è fondamentale - che gli studenti davvero meritevoli possano avere borse di studio adeguate e che Milano li sappia accogliere (che vuole dire "colleges", dove studiare, sì, ma avere anche una vita sociale stimolante).
Poi, l'Università dovrebbe essere lasciata libera di differenziare i salari.
E si potrebbe togliere valore legale alla laurea.
Oggi laurearsi in medicina significa di fatto poter esercitare la professione.
Se invece fosse l'esame di Stato a stabilire chi è capace di fare il medico e chi no, sarebbero gli studenti a cercarsi le migliori facoltà e i migliori professori.
Oggi non è così, i programmi delle nostre università sono più o meno tutti uguali.
E così fra le prime 100 Università del mondo di italiane c'è solo la Sapienza di Roma (al 70° posto).
E le Università di Milano? Sono molto indietro, la Statale è al 143° posto, il Politecnico al 224° e dopo, nessun'altra.

Giuseppe Remuzzi

 

 
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Ultimo aggiornamento: 22 maggio 2012 18.10.43 CEST