|
Il principio di precauzione
Corriere della Sera
27/10/2005
Ma cos'è il principio di precauzione? Lo chiamano principio ma è un metodo: consente di stabilire
come controllare i rischi che derivano dall'impiego di prodotti o tecnologie nuove prima che ci
siano le prove scientifiche che questi prodotti siano assolutamente sicuri per la salute.
La Commissione Europea dal 2000 ricorre al principio di precauzione per proteggere l'ambiente
e la salute dell'uomo (o degli animali). E lo fa tutte le volte che una determinata azione comporta
un rischio anche molto teorico e non ci sono però, o non ci sono ancora, abbastanza dati che
consentano di dare indicazioni assolute. Serviva a proteggere l'ambiente, ma si è finito per
utilizzarlo per la salute.
Ma prima di ricorrere al principio di precauzione, bisogna saper valutare i dati scientifici,
stabilire il grado di incertezza e come varia col passare del tempo e con l'aumentare delle
conoscenze che diventano via via disponibili. In pratica il principio di precauzione si applica nei
casi in cui non ci sono abbastanza dati o i dati a disposizione non consentono di trarre
conclusioni definitive (non dimentichiamo che medicina ed epidemiologia funzionano per gradi di
probabilità, quasi mai per certezze).
Un bell'esempio di come è stato applicato il principio di precauzione è quello degli OGM.
L'aumento della popolazione e del reddito aumenterà la domanda di cibo di almeno il 50% nei
prossimi 50 anni. Non ci sarà semplicemente abbastanza da mangiare per tutti, se non ricorreremo
agli OGM. Oggi abbiamo abbastanza dati per poter dire che gli OGM sono sicuri, e che non fanno
male, che spesso sono molto più sicuri di tanti prodotti naturali, ma prima è stato necessario
acquisire tutte le evidenze scientifiche che modificare il genoma delle piante non avesse
conseguenze negative per la salute dell'uomo.
Per questo sono stati fatti e si continuano a fare molti studi. Nell’attesa, l'Unione Europea
ha applicato il principio di precauzione chiedendo che non si commercializzassero OGM dal 1999 fino
al maggio del 2004. Un altro caso è stato quello della malattia della mucca pazza.
Quando gli scienziati se ne sono accorti, non c'erano abbastanza conoscenze per sapere per
esempio quale fosse il rischio di accettare donatori di sangue che avessero soggiornato in Gran
Bretagna nel periodo di massima diffusione dell'infezione. Si è deciso di non accettare i donatori
finché non se ne sapesse di più. Fu la decisione giusta. Sull'infezione dei polli abbiamo oggi
tantissime conoscenze, altre ne mancano.
Ma se si debba mangiare carne di pollo o le uova, va sottoposto al principio di precauzione?
Sì, per le conoscenze che abbiamo oggi. Gli uccelli ammalati non fanno le uova. Ma prima di star
male, nelle primissime fasi della malattia, le loro uova possono contenere virus, nell'albume e nel
tuorlo e sul guscio, ancora di più se è contaminato da materiale fecale. Il virus nelle feci, per
esempio, sopravvive fino a 35 giorni a 4°C di temperatura, ma solo 6 giorni a 37°C. Così sulle uova
c'è abbastanza virus perché la malattia si dissemini se si tratta di uova contaminate.
È ben stabilito che il contatto diretto con i polli o con qualcosa che è contaminato dalle
loro feci, è il modo per l’uomo per contrarre l'infezione. Certo, l’evidenza epidemiologica che la
gente si sia infettata perché ha mangiato uova o prodotti delle uova, anche crudi non c'è. Ma il
principio di precauzione, ammesso che lo si voglia seguire come ha deciso di fare l'Unione Europea,
serve proprio, a me pare, per casi come questo.
Fra l'altro c'è un caso di maiali che hanno contratto quasi certamente l'infezione da H5N1
per aver mangiato uova provenienti da polli sicuramente infetti. Il solo modo di inattivare il
virus quando ha contaminato carni o uova, è la cottura (fino a 70°C almeno). A 70°C, o sopra, il
virus muore, sempre. Certo tutte le volte che si applica il principio di precauzione si rischia di
scontentare qualcuno. E poi c'è un problema di costi. Anche di questo chi decide, dovrebbe tener
conto. E non è detto che una cosa teoricamente giusta, non si debba non fare perché costerebbe
troppo. Ma questa è un'altra storia.
Giuseppe Remuzzi
|