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I risultati di "Benedict": la prevenzione è possibile
L'Eco di Bergamo
13/11/2005
In Italia quasi quattro milioni di persone hanno il diabete. La maggior parte di loro ha il diabete
di tipo 2, quello dell'adulto. E’ perché mangiano troppo – e in generale – o male o perché si
muovono troppo poco. E ci sono, in Italia, almeno un milione di persone, forse due che hanno il
diabete ma non lo sanno. Ci sono poi quasi dieci milioni di persone che potrebbero avere il diabete
nei prossimi anni. Il diabete può portare a cecità, danni alla circolazione (soprattutto alle
gambe) ed ai nervi periferici. Il diabete è anche causa di malattia renale e chi ha una malattia
renale associata al diabete oggi, ha molti più rischi fra qualche anno, di ammalarsi di cuore. È
per questo che prevenire la malattia renale nel diabete ha un enorme valore per i pazienti e per la
società. Lo studio BENEDICT (sigla che sta per Bergamo Nephrologic Diabetes Complications Trial)
che è stato fatto in provincia di Bergamo ed ha coinvolto 1204 pazienti diabetici con pressione
alta, ha affrontato proprio questo problema. I risultati dello studio hanno documentato per la
prima volta che la malattia renale nel diabete si può prevenire. È stato uno sforzo straordinario
che ha visto la collaborazione di tutti gli Ospedali della provincia di Bergamo e di tutti i Centri
diabetologici della provincia di Bergamo che per la prima volta hanno lavorato insieme e con l’I
stituto Mario Negri, alla realizzazione di un progetto che sta cambiando la storia naturale della
malattia e che porterà, se queste indicazioni verranno seguite in tutto il mondo, come si comincia
a fare, ad evitare 36 milioni di morti da qui al 2015.
Qual è il messaggio più importante che scaturisce dallo studio?
Lo studio dimostra che con un intervento farmacologico relativamente semplice è possibile
prevenire il danno renale nei pazienti diabetici. Questo intervento ha l'obiettivo finale di
limitare eventi come infarto e scompenso cardiaco e migliorare la durata stessa della vita.
Perché è importante prevenire il danno renale nel diabete?
Il diabete di tipo 2 è la causa più importante di insufficienza renale in America e in molti
paesi industrializzati, dove i dializzati diabetici sono più del 40%. In Italia la percentuale di
diabetici tra i dializzati è inferiore al 20%, ma secondo le stime degli esperti questo numero è
destinato ad aumentare, e si calcola dei pazienti diabetici con malattia renale raddoppierà entro
il 2010. La malattia renale non è sempre presente al momento della diagnosi di diabete. Tuttavia,
col passare del tempo, circa il 40% dei diabetici comincia a manifestare segni di un danno ai reni,
che si rivela inizialmente con la comparsa di piccole tracce di albumina nelle urine. Questa
condizione si chiama microalbuminuria.
Se non si fa nulla, il danno ai reni progredisce, la quantità di albumina nelle urine
aumenta, e la funzione renale si deteriora fino al punto che bisogna ricorrere alla dialisi o al
trapianto. La cura proposta nel nostro studio può impedire l’insorgenza del danno renale.
Qual è la cura che si suggerisce sulla base dei risultati di questo studio?
Lo studio dimostra che un farmaco normalmente impiegato per abbassare la pressione arteriosa,
un farmaco che fa parte della categoria chiamata ACE inibitore, blocca la perdita di albumina nelle
urine, e protegge il rene. Al contrario non si ha protezione renale quando pazienti con diabete di
tipo 2 e pressione arteriosa elevata assumono solo farmaci della categoria dei calcioantagonisti.
Perché i risultati dello studio sono importanti per il trattamento delle malattie
cardiovascolari?
Studi precedenti al nostro dimostrano che i pazienti con diabete e nefropatia hanno un
rischio doppio dei pazienti non affetti da malattia renale, di avere una complicanza
cardiovascolare (infarto, scompenso cardiaco ecc). Se uno protegge il rene per tempo, evitando che
si ammali, protegge anche il cuore ed evita i danni alla retina, al cervello, alla circolazione
periferica e persino ai nervi, che sono causati soprattutto dalla pressione alta.
Un intervento molto anticipato sembra essere la chiave di volta nel prevenire la nefropatia in
pazienti diabetici di tipo 2. Quando deve essere iniziato questo intervento?
Questa terapia deve essere iniziata non appena un paziente diabetico si accorge di avere la
pressione alta. Va detto che si deve considerare iperteso un diabetico già quando i valori della
pressione arteriosa sono superiori o uguali a 130/80 mm Hg, valori che vengono comunemente
considerati normali.
Quanto si deve abbassare la pressione arteriosa?
Per avere una efficace prevenzione della malattia renale, bisogna mantenere la pressione
arteriosa a meno di 130/80 impiegando in primo luogo un farmaco ACE inibitore, e aggiungendo altri
farmaci antiipertensivi se quel risultato non è raggiunto. Sulla base di altri studi, sappiamo che
per un intervento efficace occorre inoltre ottenere il miglior controllo possibile della glicemia e
del colesterolo, abolire il fumo, fare attività fisica, mantenere il giusto peso corporeo .
Quali altre ricerche devono essere intraprese alla luce dei dati ottenuti in questo
studio?
La domanda a cui bisogna dare ora risposta è: può valere la pena di anticipare ancora il
momento della terapia, e dare cioè un ACE inibitore anche ai diabetici che hanno la pressione
normale (cioè inferiore a 130/80) allo scopo di prevenire ancora più efficacemente la comparsa
della microalbuminuria? A questa domanda risponderanno i prossimi studi.
Ci sono altri studi in corso?
Sì, il gruppo collaborativo che si è costituito per lo studio BENEDICT, adesso sta facendo
altri studi. Sui risultati non si possono fare anticipazioni perché gli studi sono in corso. Sono
studi che impiegano altri farmaci molto moderni, anche loro capaci di abbassare la pressione del
sangue, che vanno dati in associazione agli ACE inibitori. Uno di questi studi si chiama DEMAND e
risponderà ad un'altra “domanda”: i diabetici che si ammalano di rene, nonostante gli ACE
inibitori, possono avere vantaggio da altri farmaci? Sono stati avviati poi studi con farmaci che
non agiscono necessariamente sulla pressione ma che agiscono sui processi di degenerazione del
tessuto renale che capitano quando lo zucchero nel sangue è alto per troppo tempo, proprio come
succede nel diabete. Questi processi degenerativi non riguardano soltanto il rene, ma anche il
cuore, le coronarie, le arterie che portano il sangue al cervello, le piccole arterie della retina
e il tessuto nervoso periferico.
Niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza la collaborazione di tanti medici e di
tanti infermieri di strutture diverse che, qualche anno fa, hanno deciso di lavorare insieme. C'è
stato poi il contributo fondamentale di ingegneri, statistici, matematici, fisici che lavorano
presso il Centro di Ricerche Cliniche per le Malattie Rare dell'Istituto Mario Negri. Il centro è
stato aperto meno di 15 anni fa - e al di là dei risultati che si sono ottenuti nel campo delle
malattie rare (il Centro oggi coordina tutta l'attività di tutti gli ospedali della Lombardia
nell'ambito delle malattie rare, per incarico della Regione) – nessuno poteva immaginare allora che
l'impegno dei ricercatori di Villa Camozzi, avrebbe contribuito a ridurre il numero di nuovi
diabetici in dialisi come è stato annunciato ufficialmente in questi giorni dall'NIH, l'Istituto di
Sanità del Governo Americano. Gli artefici di tutto questo non sono stati solo i medici, gli
infermieri, gli statistici e nemmeno l'organizzazione di Villa Camozzi e degli Ospedali. Sono stati
soprattutto gli ammalati.
Gli ammalati di diabete di tipo 2 che hanno capito la nostra proposta molti anni fa e l'hanno
fatta loro, e hanno dedicato a questi studi, tanto tempo e tanta pazienza. Se tanti altri malati in
tutto il mondo col diabete di tipo 2 (che se no sarebbero morti o avrebbero avuto bisogno della
dialisi) si salveranno e potranno vivere una vita normale, lo si dovrà anche ai diabetici di
Bergamo che hanno deciso di prendere parte allo studio BENEDICT.
Giuseppe Remuzzi
L'articolo è stato pubblicato in parte su L'Eco di Bergamo
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