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La Sanità e l'impresa
Corriere della Sera, Lombardia
27/5/2005
Il richiamo dell'Arcivescovo perché le forze culturali, sociali, economiche e politiche di Milano
si confrontino su un grande progetto a favore degli ammalati, non dovrebbe cadere nel vuoto. “Il
budget non deve venire prima del malato” ha detto l'Arcivescovo, ma ha anche detto che “una spinta
imprenditoriale” ci vuole. E ha ricordato che “il malato è una persona e che deve essere assistita
con amore”.
È verissimo. Ma c'è di più. Il ‘cliente’ ammalato è un cliente molto speciale, perché
partecipa a generare il prodotto (la sua salute) di cui lui sarà il solo a beneficiare. Ed è parte
dell'organizzazione, come il medico, l'infermiere, il direttore generale (si potrebbe dire - con un
brutto termine che però rende l'idea – che è un ingranaggio della catena produttiva). Non più
insomma, il medico-che-conforta ma il medico (e l'infermiere) che oltre a confrontare coinvolge, fa
un patto con l'ammalato, gli parla, certo, ma soprattutto per capire (della sua malattia).
E c'è da confrontarsi con una straordinaria impalcatura di conoscenze, che si traduce in
letteratura scientifica. Un lavoro enorme su cui si fonderà il “progetto di cura”, o “di salute“
per (e di) quell'ammalato. Non sempre però l'organizzazione sta al passo dell'innovazione e della
scienza.
L'Arcivescovo ha centrato anche questo punto. Vanno evitate, ha detto “lentezze burocratiche
e irragionevoli impedimenti”. Insomma davvero “Ospedali non aziende” (Corriere Lombardia, 24
maggio)? In un certo senso sì. Consapevoli però che se non si fanno delle scelte non c'è sistema
sanitario che possa reggere la pressione dell'innovazione.
Quello che oggi la medicina può mettere a disposizione non ha (quasi) limiti. Se non si
facessero scelte la nostra società – scrive Daniel Callahan in un bel libro “Star bene, ma a che
prezzo?” - finirebbe per rincorrere un ideale di innovazione tecnologica non sostenibile sul piano
economico, e forse anche immorale.
L'idea (del Ministro De Lorenzo) degli Ospedali-azienda ha certamente contribuito a ridurre
gli sprechi, che negli anni 70-80 erano enormi. I medici hanno capito che buona medicina è anche
buon uso delle risorse, e che l'attenzione alla spesa è parte portante della qualità delle cure.
E poi l'Ospedale non è solo efficienza, è soprattutto efficacia - quanti ammalati ho guarito?
- e valutazione dei risultati, e confronto con quelli della letteratura. Ma allora non c'è
contraddizione fra azienda e buone cure? Proprio così.
Fra l'altro in medicina chi è bravo, e chi fa ricerca, risparmia. E il riferimento
dell'Arcivescovo alla “spinta imprenditoriale” va nella direzione giusta. Forse, per l'Ospedale, è
addirittura meglio essere “impresa” che azienda. Perché, per il codice civile, impresa è “attività
economica diretta alla produzione di beni o servizi”, che può operare con le norme del diritto
privato. Allora si potrebbero sottrarre i medici ai vincoli burocratici e agli “irragionevoli
impedimenti”.
È interessante che uno stimolo così venga dai vertici di una Chiesa impegnata anche lei
a rinnovare il suo “progetto d'impresa”. C’è un bellissimo articolo nel Magazine di questo
mese di Financial Times, è di Frederick Gluck, dice fra l'altro: ‘La chiesa potrebbe risparmiare
miliardi di dollari solo negli Stati Uniti se si desse una migliore organizzazione imprenditoriale’.
Così potrebbe fare a favore dei più poveri anche di più di quello che già fa oggi. Per gli
Ospedali è esattamente la stessa cosa.
Giuseppe Remuzzi
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