|
Sono medicine, non beni di consumo
Sole 24 Ore Sanita'
25/01/2005
I farmaci hanno rappresentato un potente "strumento di salute" particolarmente nella seconda
metà del secolo passato, quando la disponibilità di farmaci di provata efficacia ha superato tutto
ciò che l'uomo aveva prodotto in millenni.
Tuttavia l'avvenimento della grande industria ha orientato lo sviluppo di nuovi farmaci molto
spesso in direzioni che non coincidono con i reali bisogni di salute della popolazione.
In altre parole gli "strumenti di salute" tendono a divenire "beni di consumo" attraverso il
sopravvento del marketing sulla medicina.
Gli esempi a sostegno di questa affermazione sono molteplici: il costo della promozione
supera di gran lunga quello della ricerca, gli informatori sono molto più numerosi dei ricercatori,
l'informazione è spesso distorta per aumentare il mercato, si moltiplicano i farmaci per le
indicazioni che hanno un mercato ragguardevole mentre aumentano le aree di medicina "orfana",
quelle aree che hanno per varie ragioni scarsi ritorni economici.
D'altra parte si deve riconoscere che la capacità di sviluppare un nuovo farmaco partendo da
una ipotesi è ormai monopolio dell'industria perché non esistono altre organizzazioni capaci di
svolgere questa funzione, considerando che anche qualche tentativo di creare industrie di Stato è
miseramente fallito.
È vero che l'attività dell'industria farmaceutica basata sulla ricerca è ad alto rischio, ma
è altrettanto vero che non si devono trascurare gli enormi aiuti che l'industria riceve da fonte
pubblica.
Basta ricordare da un lato il costo della ricerca fondamentale quella che rappresenta la base
per l'innovazione da cui l'industria attinge a piene mani per la sua ricerca applicativa e d'altro
lato la presenza almeno in Europa dei Servizi Sanitari Nazionali o di organismi analoghi che
assicurano un mercato di grandi dimensioni.
Questa partecipazione pubblica giustifica il diritto degli Stati di orientare l'attività
dell'industria farmaceutica verso obiettivi di interesse pubblico.
Si dovrebbe, in altre parole far si che la ricerca industriale sia indirizzata verso i
problemi di salute, profilattici o terapeutici, per cui non esistono soluzioni piuttosto che verso
una attività ripetitiva per conquistare una fetta di mercato.
Perciò prima che sia troppo tardi può essere utile prospettare alcune possibili soluzioni:
- Un primo strumento da utilizzare è il brevetto, la miglior forma di protezione - nei Paesi in
cui è riconosciuto - contro le copiature.
Si potrebbe cambiare la durata del brevetto, riducendolo, in modo da renderlo poco
interessante per farmaci ripetitivi, i cosiddetti "me-too".
Il brevetto otterrebbe un prolungamento solo nel caso in cui il farmaco avesse un importante
e dimostrato elemento di innovazione: maggiore efficacia, minore tossicità, nuove indicazioni
terapeutiche.
Un brevetto a "due tempi" potrebbe rappresentare un incentivo a ricercare farmaci di
interesse pubblico soprattutto se l'estensione del brevetto fosse messa in relazione con reali
vantaggi per il paziente (minore mortalità e morbilità) e per la comunità (minore ospedalizzazione
e minori costi);
- un secondo strumento è il prezzo. Il Servizio Sanitario Nazionale o altri sistemi assicurativi
nel decidere a quale prezzo sono disposti ad acquistare i "nuovi" farmaci dovrebbero proporre
prezzi bassi quando esistono già altre terapie per la stessa indicazione terapeutica e prezzi più
alti per i prodotti innovativi.
Tuttavia l'aumento di prezzo dovrebbe essere concesso solo quando esiste il vantaggio citato
per il paziente e la comunità.
Si eviterebbe quanto è successo recentemente con alcuni nuovi antiinfiammatori (coxib) che
dopo aver sfruttato il mercato per quattro anni a prezzi elevati sono stati ritirati dal commercio
a causa della loro tossicità, rappresentando un grande spreco di risorse oltre al danno per gli
ammalati;
- un terzo strumento potrebbe essere la costituzione - come suggerito anche dalla Organizzazione
Mondiale della Sanità in un recente rapporto - di società miste fra industrie e organizzazioni
no-profit per la realizzazione di farmaci "orfani" riguardanti le 5000 malattie rare che attendono
una risposta terapeutica.
L'industria dovrebbe mettere a disposizione il suo know-how avendo profitto mentre
l'organizzazione no-profit dovrebbe garantire la qualità della ricerca e l'equità della spesa.
Il ricavo dalla vendita dei farmaci orfani potrebbe rappresentare un fondo rotatorio per
alimentare almeno parzialmente la ricerca;
- un quarto strumento è una razionale valorizzazione dei farmaci generici.
Se per i farmaci che non mostrano sostanziale innovazione il brevetto è breve, anche i
farmaci generici potranno essere utilizzati in tempi più rapidi a costi inferiori rispetto ai
farmaci di riferimento.
Se poi non fosse consentito ai farmaci di riferimento di abbassare il prezzo per un certo
periodo di tempo si realizzerebbe una reale incentivazione dei farmaci generici con un conseguente
risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale;
- infine lo Stato non può rinunciare ad avere una sua ricerca clinica.
Oggi in pratica non esiste la possibilità di realizzare una ricerca indipendente che sia in
qualche misura contraria agli interessi industriali, dati i costi elevati e la mancanza di fondi
pubblici per tale ricerca.
La ricerca comparativa, oggi non necessaria per l'approvazione di un nuovo farmaco, è
indispensabile per confrontare più farmaci con le stesse indicazioni.
Come pure è importante poter prevedere quali pazienti risponderanno ad una data terapia per
evitare trattamenti inutili ed effetti collaterali non giustificati dai benefici.
Questi sono solo alcuni suggerimenti nella speranza che altri se ne aggiungano per riportare il
farmaco alla sua originale funzione evitando che il prevalere di un dannoso consumismo farmaceutico
distragga risorse ad altre indispensabili funzioni della medicina.
Silvio Garattini
|