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Università del futuro
Corriere della Sera, Lombardia
12/07/2005
Il piano strategico di Mario Monti e Angelo Provasoli (Presidente e Rettore della Bocconi) non è
affare dell'università Bocconi soltanto, potrebbe essere un grande segnale di ripresa per le
università di Milano e speriamo, un giorno, dell'Italia. A cominciare dall'inglese.
L'inglese è la lingua della ricerca, è in inglese che gli scienziati scrivono, sono in
inglese i giornali dove si pubblicano i migliori lavori, ai congressi si parla inglese. Saper
comunicare in inglese è fondamentale per qualunque carriera scientifica.
Non solo chi si laurea alla Bocconi, tutti, che vogliano avere a che fare con la scienza,
dovrebbero saper parlare e scrivere in inglese, senza fatica.
C'è poi, nel piano strategico, l'idea di voler attirare più studenti stranieri.
È importantissimo. Si è visto che quanto più le università sanno attirare studenti stranieri,
tanto più fanno buona ricerca e pubblicano.
Così l'Inghilterra arriva ad avere più del 30% di studenti stranieri, lo stesso succede negli
Stati Uniti, la Spagna arriva al 10%. In Italia gli studenti stranieri sono in media il 2%, ma la
Bocconi è già vicina all'8% e vuole arrivare al 15.
Emerge, dal piano strategico, che l'università si farà carico degli studenti eccellenti che
però non hanno soldi.
È la strada giusta, ma non basta.
Anche Milano deve fare la sua parte (ci sono città in Europa, sede di grandi università, dove
l'affitto per gli studenti meritevoli costa meno di un quarto di quanto costerebbe al mercato
libero).
Sarebbe bello se un giorno in Italia le università fossero libere di far pagare agli studenti
quello che ciascuna ritiene opportuno in rapporto alla qualità dell'insegnamento.
Perché non diventi una università per ricchi basta fare come si propone di fare la Bocconi.
La forza delle grandi università dell'Europa e degli Stati Uniti passa anche per la capacità
di reclutare (senza concorso) i migliori ricercatori, anche dall'estero.
Il numero di docenti stranieri varia molto. In qualche università arriva al 10%, in altre i
professori che vengono dall'estero sono più del 50%.
Nella gran parte delle università italiane la percentuale di professori stranieri è zero, in
qualcuna arriva all'1%, in pochissime al 2%.
Alla Bocconi, nei prossimi anni vogliono avere più docenti stranieri.
Se ci riusciranno sarà un'inversione di tendenza di grande interesse per un Paese dove quasi
sempre l'università recluta i suoi docenti al suo interno.
Quello che c'è nel piano strategico della Bocconi insieme alla libertà per ciascuna
università di insegnare quello che vuole, di decidere delle carriere dei docenti (e dei loro
stipendi) salvo poi confrontarsi con le iscrizioni e il mercato del lavoro, è ciò che serve (ed è
quasi tutto) per rifondare l'università italiana.
Se ci riuscirà la Bocconi, non c'è ragione perché presto non ci possano riuscire le altre
università di Milano e un giorno, perché no, le altre d'Italia.
Certo la Bocconi non ha i vincoli delle strutture pubbliche e probabilmente ha più soldi.
Giusto quello che serve per fare da capofila.
Un modello così, se avrà successo, come non c'è ragione di dubitare, potrà fare per la
ricerca italiana quello che a nessuna legge, leggina, decreto o riforma negli ultimi 30 anni, è mai
riuscito.
Giuseppe Remuzzi
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