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L'Università da riformare
Corriere della Sera, Lombardia
25/06/2005
Qualcuno avrà visto su RAI 3 il programma di Riccardo Iacona - "W la Ricerca" -. Un'inchiesta
impietosa ma ben documentata (con qualche pecca).
È emerso chiaramente che per la nostra Università non è più tempo di riforme: se si vuole
competere almeno con le altre d'Europa bisogna rifondarla, sì, farne una diversa.
Bastano poche regole, fra l'altro semplici, quelle stesse che hanno fatto grandi le grandi
Università di Stati Uniti e Inghilterra, ma anche dell'Olanda, della Svezia e adesso della Spagna.
Invece da noi, ogni qualche anno, c'è qualche piccola riforma che o non cambia niente o fa peggio.
L'ultima, quella sulla carriera dei docenti, non è proprio piaciuta al rettore della statale
di Milano che l'ha definita "scandalosa" e "clientelare".
Da noi ci sono troppe cattedre, professori troppo su di età e che (anche quando non
pubblicano) sono pagati - dopo 35 anni - di più della maggior parte dei loro colleghi degli Stati
Uniti.
Ma i giovani non hanno futuro, e così i migliori vanno all'estero.
E la nuova riforma? Fa ancora più professori ("concorsi riformati un inutile pasticcio",
scrive Roberto Perotti sul Sole 24 Ore) e niente per i giovani.
Se passa, saranno professori ("aggregati") i ricercatori, ma anche i tecnici e certi
"esperti", promossi tutti, bravi e non (il contratto è per 3 anni, rinnovabili, per sempre).
Tutto il contrario di quanto hanno chiesto i commentatori più qualificati in tutti questi
mesi.
E adesso si discute sui concorsi (locali o nazionali, e se i commissari debbano essere
estratti a sorte).
Ma perché non distribuire i fondi per la ricerca (quelli che ci sono già) a chi la ricerca la
fa davvero? Così i concorsi non servirebbero più perché nessuno avrebbe interesse a tenersi docenti
locali (il 90% di quelli che vincono un concorso viene dalla stessa Università che lo bandisce) o
mediocri.
I professori negli altri paesi vengono pagati in base ai risultati della ricerca, ma da noi
sembra che i rettori non abbiano l'autorità per farlo, dipende dal Ministro, dicono.
Sarà. Ma possibile che in un momento così critico per la ricerca (e cioè per il futuro del
paese) dieci rettori di grande prestigio non possano essere ascoltati dal governo? Basta un'ora.
Provate a fargli vedere la videocassetta di RAI3.
Forse potreste, invece di chiedergli più soldi, dire che siete tutti d'accordo a dare di più
a chi fa più ricerca, e nel chiudere quelle sedi dove di ricerca se ne fa poca o niente.
E chiedetegli subito un decreto legge per dare di più ai giovani di valore e ai professori
più bravi.
Dottor Decleva, lei, l'altro giorno è stato chiarissimo, come nessun rettore prima d'ora.
Vada avanti.
L'Università, o si rifonda adesso (nel 2007 andranno in pensione 3000 docenti, si potrebbero
creare adesso le condizioni per assumere senza concorso 3000 giovani bravi) o c'è il rischio di non
riuscirci mai più.
Già oggi chi se ne intende - e se lo può permettere - i figli li fa studiare all'estero (come
nei paesi dell'Africa e in quelli arabi, chi può, studia in Inghilterra).
Giuseppe Remuzzi
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