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L'Università e la ricerca
Corriere della Sera, Lombardia
3/6/2005
“Se in Italia si fa poca ricerca è perché atenei e industria non lavorano insieme. Le aziende
dovrebbero mettere a disposizione uomini e fondi”.
È quello che pensano i rettori delle nostre università e lo hanno detto senza mezzi
termini. Garbata, ma perentoria la risposta di Confindustria (Gianfelice Rocca) : “C'è qualcosa che
non funziona nelle nostre università”, e di cose ne elenca tante, dal non sapere competere, al non
esserci criteri di merito. Chi ha ragione?
L'argomento dei rettori è impeccabile, per rilanciare l'economia serve innovazione e per
innovare bisogna mettersi insieme, fare “sistema” (oggi si dice così). A Stanford e a Boston è così
e a Kyoto e a Londra.
È così in Germania dove si sta studiando un progetto che sappia premiare le università
migliori. E a Milano? A Milano è diverso.
Da noi i ricercatori sono pochi (2,7 su mille che lavorano, contro i 6,2 della Francia e i
5,6 della media europea). Da noi i ricercatori, quelli che sono al primo gradino, hanno in media 50
anni (ma tutti sanno che le idee migliori, in ricerca, vengono a 30).
Da noi c'è poca attenzione ai giovani (che faticano, più che in qualunque altro Paese, a
trovare un posto e se ci arrivano sono pagati poco). Da noi i docenti stranieri sono un'eccezione.
La nostra università dedica invece energie e fondi a proteggere i suoi docenti che dopo un
po' di anni guadagnano bene, anche se non pubblicano. Ad aumentare sedi e corsi, anche se non
servono (però sono cattedre).
A dirla tutta, l'industria fa pochissimo per legarsi a questa università, su questo i rettori
hanno ragione. Ma vogliamo dargli torto? Dove l'università è forte l'industria ci mette i suoi
laboratori di ricerca ( è il caso di Novartis, dal 2002 ha trasferito tutti i suoi laboratori di
ricerca a Cambridge, vicino a Boston, anche se costa di più). Lo fanno per essere vicino agli
scienziati migliori che certe volte sono italiani, quasi sempre bravi. (A loro andare in America
conviene, il sistema là premia i migliori).
Per chi pubblica poco, è meglio stare in Italia, si guadagna lo stesso e la cattedra prima o
poi arriva. Detto questo, l'industria privata in ricerca investe poco (anche su questo i rettori
hanno ragione), e quel poco non basta certo a fare sinergie con l'Accademia.
Ma per essere credibili i rettori dovrebbero rifondarla questa nostra povera università e
cambiare del tutto le regole. Come? Loro lo sanno benissimo: serve competere per docenti e
programmi, serve eliminare i concorsi, togliere valore legale alla laurea, dare di più ai più
bravi, far lavorare insieme i gruppi eccellenti e chiudere le sedi dove non c'è buona ricerca.
Illudiamoci, per un attimo, che possa succedere.
Allora sì che l'industria darà “uomini e soldi” alle università se non lo farà quella
italiana, lo faranno quelle di altri paesi, dagli Stati Uniti alla Cina. Ma non succederà (quello
che si è sentito in questi giorni a Milano non va mi pare nella direzione giusta).
Giuseppe Remuzzi
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