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Verso la pace con l'aiuto della medicina
Corriere della Sera, Salute
30/10/2005
Cosa c'entrano i medici e gli infermieri col conflitto tra Palestina e Israele? Niente, fino a un
po' di anni fa. Anzi era bene che ciascuno stesse a casa sua, palestinesi da una parte, ebrei dall’a
ltra. Oggi è tutto cambiato: medici e infermieri di Palestina, Giordania, Israele stanno lavorando
insieme per la salute dei bambini. In quell'area c'è il problema della consanguineità (40-50% in
Giordania, più del 50% fra le famiglie arabe di Israele).
Questo aumenta la probabilità di malattie ereditarie, una molto frequente porta a perdita
dell’udito. Si doveva, per prima cosa, cercare di capire le basi genetiche della perdita dell'udito
dei bambini palestinesi.
E gli scienziati ci sono riusciti: si tratta di alterazioni del gene che codifica per una
proteina che i medici chiamano ‘connessina’. Poi si sono posti l'obiettivo di studiare quanto fosse
frequente la sordità in questa area del mondo, e come si potevano educare i genitori ad accorgersi
presto di eventuali difetti di udito. Adesso si sta cercando una cura.
Allora è vero che la medicina può contribuire alla pace? Un lavoro del British Medical
Journal di qualche anno fa dimostra che la guerra (e le guerre) sono fra le prime cause di malattia
e di morte. Già nel 2002, morivano ogni ora, al mondo, 35 persone per conseguenze dirette di
conflitti armati. Molti sono militari, certo, ma più del 50 percento sono civili, e di questi metà
sono bambini. E il numero è destinato ad aumentare da qui al 2020. Tutto questo non può lasciare
indifferenti i medici. Che però in questo campo non hanno competenze, e potrebbero persino fare dei
guai, dice qualcuno.
È una questione aperta. Ma tanti dottori sono convinti che sia finito il tempo in cui a
opporsi nelle guerre debbano essere solo politici, ex presidenti e diplomatici. C'è un livello di
intervento che può e, forse, deve coinvolgere i medici. Iniziative di salute che non si possono
rimandare, come quella di vaccinare i bambini, sono molto difficili nelle zone di conflitto
armato. E i medici hanno un buon argomento per chiedere ai governi di limitare certe guerre (ed è
nell'interesse di tutti perché i bambini non vaccinati muoiono, e diffondono epidemie, da tutte e
due le parti). È già successo. Negli anni ’80, qualche settimana di pace è servita ad eliminare la
poliomielite nel Salvador. Lo stesso è successo in Libano. Agli inizi degli anni ’90.
Il risultato più straordinario è stato ottenuto nella Repubblica Democratica del Congo. Sono
stati vaccinati, nel ’99, 10 milioni di bambini, avevano tutti meno di 5 anni. Così, con la ‘scusa’
del vaccino i medici hanno imposto di sospendere le ostilità. Sempre più spesso i giornali di
medicina pubblicano i dati di quanto ci si ammala e quanto si muore come conseguenza diretta della
guerra. (Il Lancet di qualche mese fa ha riportato i risultati di uno studio che dimostra come sono
morti, in seguito all'invasione dell'Iraq, almeno 100.000 civili - soprattutto donne e bambini - ma
forse sono molti di più).
Oggi sono migliaia i medici in tutto il mondo che lavorano per limitare i conflitti armati. E
hanno avuto un'idea: dopo la cardiologia, la neurologia, la chirurgia del cuore e tante altre
discipline perché non fondarne una nuova? C’è già un nome ’peace through health’ (come arrivare
alla pace passando per la salute). Questi specialisti studieranno tutti i modi possibili per
interrompere il circolo vizioso che c'è fra guerre e malattie, e lo faranno con i criteri della
ricerca scientifica.
Giuseppe Remuzzi
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