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I vincoli e la ricerca
Corriere Lombardia
28/07/2005
“È il momento della ricerca europea.
La sfida è creare conoscenze basate su ricerca e innovazione.
Ci vuole impegno da parte di tutti.
E l'aiuto dei politici” c'era su Science, un anno fa preciso.
Ma il primo problema è che l'Europa non ha abbastanza ricercatori rispetto a Giappone e Stati
Uniti.
Solo all'Italia servirebbero 20.000 ricercatori per stare al passo con i paesi avanzati.
Per ogni mille che lavorano, in Giappone ci sono 12 ricercatori, negli Stati Uniti 8, in
Francia, Germania, Inghilterra 6, in Italia nemmeno 3.
Il segreto è attirare giovani bravi dall'estero.
Avere giovani prima dal Giappone, poi da Corea, Vietnam, Cina è stata la fortuna della
ricerca americana degli ultimi 60 anni e ha avuto un grande effetto sull'economia.
Adesso, dopo l' 11 settembre, fare carriera in America per i ricercatori stranieri è un po'
più difficile.
Qualcuno sceglie l'Europa e potrebbe venire in Italia se ci fossero condizioni favorevoli.
Ma da noi gli scienziati che vengono da fuori sono extracomunitari e basta, e devono
sottostare alle regole che ci sono per tutti gli altri.
Chi governa il paese, non sembra ancora aver apprezzato quanto sia vitale per la ricerca
italiana saper attirare gli stranieri più brillanti e consentirgli di fare da noi quello che hanno
fatto in passato nelle grandi Università americane.
Per le modelle, e se uno balla in un locale pubblico, o se suona il violino o se canta (alla
Scala, ma anche in una balera) è più semplice: per loro la legge prevede deroghe alle norme
sull'immigrazione che consente di superare la burocrazia.
Per gli scienziati no (è 'un macello psicologico' mi ha scritto un giorno una giovane
ricercatrice dell'Est).
Così nei laboratori dei nostri istituti e delle nostre Università i dottori di ricerca,
dall'estero, arrivano appena al 2% (in Inghilterra sono il 30%).
Come se non bastasse ogni anno più di 10.000 nostri giovani ricercatori vanno a lavorare
all'estero.
Questo ha anche dei lati positivi.
L'Italia ha gruppi di ricerca che competono con i migliori al mondo, grazie a ricercatori che
si sono formati all'estero e poi sono tornati.
Quelli che non tornano - e sono il 60% - continuano ad essere una grande risorsa per noi e
danno lavoro a tanti dottorandi.
Va benissimo, purchè altrettanti giovani vengano da noi, magari dai paesi più svantaggiati.
Perché succeda bisogna aprire le nostre frontiere ai ricercatori dell'Europa dell'Est,
dell'India, della Cina e ridurre la burocrazia al minimo.
Il presidente Formigoni ha dimostrato di aver capito il valore fondamentale della ricerca
scientifica per lo sviluppo della Lombardia e anche per l'economia del paese.
È la persona giusta per fare capire a chi ci governa è la grande opportunità, per il paese,
di far arrivare tanti scienziati stranieri.
Basta fare per gli scienziati quello che si è fatto per gli artisti d'orchestra.
C'è un rischio, se no, che Lombardia e Italia vadano a fondo (un po' come è successo al
Titanic tra il 14 e il 15 aprile del 1912. Dell'orchestra non si è salvato nessuno, stavano
suonando, si dice, “Nearer, My God, to Thee”).
Giuseppe Remuzzi
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