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Voglia di alternative e speranze nel nulla
Il Sole 24 Ore
6/5/2005
A quanto pare sono molti gli italiani che per qualche ragione si accostano alla cosiddetta medicina
alternativa, consumandone i prodotti. Il problema esiste anche se forse è esagerato parlare di
dieci milioni di consumatori; è possibile comunque che siano relativamente pochi coloro che hanno
abbandonato i farmaci della medicina ufficiale, mentre la maggioranza utilizza la medicina
alternativa con scopi complementari: una specie di integrazione, soprattutto per quelle condizioni
che non mostrano una particolare gravità.
C'è ad esempio chi giura che grazie all'assunzione di rimedi omeopatici non ha più disturbi
allergici, non è più preda di raffreddori o di mal di testa. Tuttavia se si cerca di esplorare più
in dettaglio quali altri farmaci vengono assunti, si scopre che spesso i rimedi omeopatici sono
accompagnati dalla utilizzazione di anti-infiammatori, analgesici, cortisonici e quant'altro.
Se si indaga sulle ragioni per cui ci si rivolge alla medicina alternativa, certamente al
primo posto si ritrova una grande fiducia nei rimedi "naturali" siano essi appartenenti all'
omeopatia, all'erboristeria, alla medicina ayurvedica o a quella cinese. Il naturale è sinonimo di
buono, mentre le sostanze prodotte chimicamente sono considerate per definizione inquinanti e
tossiche.
Un'altra ragione è la capacità dei medici "alternativi" di dialogare con i pazienti, ma dote
molto scarsa fra i medici della medicina ufficiale. Quando si mostri scetticismo sulla efficacia
dei rimedi alternativi si hanno subito reazioni che mettono in campo varie ragioni quali ad
esempio: l'omeopatia si pratica in tutto il mondo, in altri Paesi esistono ospedali omeopatici e
perfino delle Università.
Sarebbe facile ribattere che il fatto che molti ascoltino tutte le mattine l'oroscopo non è
certo una prova della capacità degli oroscopi di predire il futuro. Come pure il fatto che siano
medici ad esercitare la medicina alternativa non è una prova della loro efficacia.
Sono passati oltre duecento anni dalla proposta omeopatica e gli stessi cultori devono
ammettere che gli studi per dimostrarnel'efficacia sono molto scarsi rispetto al numero dei
prodotti venduti in farmacia. La scusa della mancanza di mezzi economici è insostenibile visti i
fatturati delle ditte che producono prodotti omeopatici. Una recente analisi della letteratura
mostra fra l'altro che tanto più gli studi sono eseguiti secondo le regole della farmacologia
clinica, tanto più diventano negativi. D'altra parte è molto difficile realizzare studi con
prodotti di cui non si conosce la composizione o meglio di cui si sa che non contengono nulla.
Non si capisce come mai per i farmaci convenzionali si discute sulla eticità di utilizzare un
placebo quando esiste un farmaco di riferimento e si debba considerare invece etico realizzare
studi in cui di fatto si comparano due placebo. È infatti fuori discussione che la maggior parte
dei prodotti omeopatici non contengono più neanche una molecola - in base alla legge di Avogadro
ormai
universalmente accettata - di ciò che era disponibile inizialmente prima delle diluizioni.
Se togliamo le etichette dai tanti preparati omeopatici che affollano gli scaffali delle
farmacie è impossibile rimetterle al loro posto perché nessuna analisi è in grado di rivelare alcun
contenuto in tutti i preparati: in altre parole tutti tutti contengono la stessa cosa, nulla.
I cultori della omeopatia ribattono che il fatto di non poter dimostrare la presenza di
sostanze chimiche non significa che non vi sia nulla. Vi potrebbero essere "cariche elettriche" o
"radiazioni" non ancora conosciute. Si tratta evidentemente di opinioni che non hanno mai avuto
alcuna validazione scientifica. Anche la dimostrazione di effetti in vitro su cellule da parte di
prodotti omeopatici - la cosiddetta "memoria dell'acqua" dovuta alle diluizioni ed alle agitazioni
- sono state sempre smentite da studi condotti con metodologie rigorose.
È molto strano che pur sapendo che i rimedi omeopatici non contengono nulla ci sia questa
grande fiducia nelle loro proprietà terapeutiche. È un comportamento che non trova equivalenti in
altri settori. E se nei supermercati si vendessero omogenati di carota o carciofi omeopatici, cioè
scatole piene d'acqua, sarebbe possibile venderli?
È strano perciò anche l'atteggiamento delle autorità regolatorie europee e nazionali che
mentre pretendono giustamente che i farmaci siano studiati per dare dimostrazioni della loro
efficacia e sicurezza e che le indicazioni siano il frutto di tali dimostrazioni, accettano che si
vendano prodotti con improbabili indicazioni terapeutiche mai avallate da adeguati studi clinici.
Ed anche gli organi deputati ai controlli non hanno mai messo in discussione il fatto di vendere
prodotti che non contengono nulla. Non sarebbe giusto usare le stesse regole per i farmaci
ufficiali e per i farmaci alternativi?
Silvio Garattini
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