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Gli Affari e le Regole
Corriere della Sera, Lombardia
06/02/2006
È triste che attività illecite fuori o contro la legge, o addirittura comportamenti criminosi,
possano coinvolgere medici e operatori di sanità che dovrebbero invece orientare la loro attività
sempre e comunque a favore degli ammalati.
È triste ma inevitabile perché gli interessi economici in gioco sono enormi e quelli che
lavorano in Sanità sono uomini come tutti gli altri.
Fra le prime 500 imprese della classifica di Fortune (2002) di industrie farmaceutiche ce ne
sono 10, per un profitto di 40 miliardi di dollari, più di quello delle altre 490 messe insieme.
Chi decide di frequentare una scuola di medicina e di dedicarci impegno e tanto del suo tempo
lo fa, probabilmente, con l'idea di essere d'aiuto agli altri, specialmente a chi è ammalato.
Non sarà così per tutti ma, certo, per i più.
Poi però c'è la medicina degli affari: di quelli che producono i farmaci, e che vogliono
soprattutto venderli (ed è così per le apparecchiature - che costano tantissimo - e per gli
strumenti di diagnosi e di cura).
E ci sono le corporazioni di medici, di infermieri e degli altri operatori, le società
scientifiche e i professori universitari.
C'è chi vuole costruire gli ospedali (e non importa se si finiscono o no, l'importante è
avere l'appalto), c'è chi li amministra, gli ospedali (che certe volte deve rispondere ad un
partito politico), ci sono gli avvocati, i consulenti finanziari, le compagnie di assicurazione.
Gli affari sono affari e gli interessi, qualche volta leciti e qualche volta no.
Spesso, però, in questa girandola di interessi incrociati ed enormi, si perde di vista
l'interesse” vero: quello degli ammalati.
Facciamo due esempi di cattivi comportamenti e vediamo come si potrebbero modificare se ci si
mettesse davvero dalla parte degli ammalati:
- Regali ai medici (il termine tecnico è “comparaggio”, brutta parola per esprimere le pressioni
che si esercitano sui medici per indurli a prescrivere quello che interessa, o a usare certi
macchinari, o certi dispositivi).
È una pratica abbastanza diffusa e la si dovrebbe poter eliminare.
Negli Stati Uniti si è creato un codice di comportamento: la penna va bene, viaggi e
soggiorno in posti da sogno, no.
Ma in medicina i cattivi comportamenti non si modificano con i carabinieri, ma dandosi delle
regole, e sarebbe bello che lo facessero i medici.
Basterebbe attenersi all' evidenza scientifica, si dà un farmaco solo se si dimostra che è
efficace e fra farmaci uguali, si dà quello che costa meno.
E se c'è il generico si usa il generico impegnandoci tutti a prescrivere un principio
attivo, non il tal farmaco della tale ditta.
Lo stesso si può fare per le grandi apparecchiature e per quelle piccole, e per tutto il
resto che ruota intorno alle attività della medicina;
- Consulenze (troppe sembra, e troppe in Lombardia per un costo che pare avere superato, solo nel
2003, i 150 milioni di euro).
Quando agli inizi degli anni '90 si è passati da un sistema senza regole (lo Stato pagava a “
piè di lista”) ad un sistema di “controllo di gestione”, i consulenti servirono.
I funzionari di prima non avevano la minima idea di budget, obiettivi, risultati, erano
burocrati, rispettosi degli adempimenti formali e basta.
Adesso quasi tutti gli ospedali hanno sistemi di controllo di gestione interna, e il segreto
è coinvolgere gli operatori attraverso il Collegio di Direzione.
A cosa servono i consulenti?
Tanti sono avvocati chiamati a dirimere vertenze interne (quasi tutte, comunque, pendenti da
anni e così la consulenza va avanti).
Ma se ci si mette dalla parte degli ammalati, servono davvero questi avvocati?
La Lombardia nel 2005 ha avviato un processo di valutazione delle aziende sanitarie.
L'i ncarico è stato affidato alla ‘Joint Commission Resources‘ che ha sede a Chicago. Serve,
pare, a rendersi conto di come lavorano gli Ospedali, e a stabilire se Direttori Generali e
amministratori sono all'altezza del loro compito.
Anche quelli della Joint Commission sono consulenti. La verifica delle procedure si applicava
ad un elenco molto lungo di attività.
L'impressione, da quello che si è visto finora, è che chi è preposto alla verifica delle
procedure non abbia le idee chiare sul fatto che qualità in medicina è soprattutto conoscenza della
letteratura e risultati.
Cioè: quanti ammalati sono guariti?, quanti hanno vissuto di più di quello che ci si poteva
aspettare?, quanti hanno migliorato la qualità della loro vita? Servono davvero dei consulenti -
che costano quello che costano – per raggiungere questi obiettivi?
Penso di no.
Servono amministratori illuminati, competenti e appassionati, e medici bravi, che abbiano il
gusto di lavorare insieme (fra loro e con chi ha la responsabilità del governo degli ospedali).
Giuseppe Remuzzi
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