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Altruismo, la chiave dell'evoluzione
Corriere della Sera
19/12/2006
Hai mai donato il sangue? Aiuti chi chiede qualche soldo per strada? Hai mai contribuito alle
attività di ‘medici senza frontiere'? Hai mai dato soldi a ‘Telethon'?
Molti risponderanno di sì.
La società in cui viviamo dipende dal modo in cui riusciamo a collaborare con gli altri.
E non c'è modello di organizzazione che prescinda dall'essere altruisti.È così adesso, è
stato così per le civiltà del passato.
L'uomo è egoista, delle volte, però per convivere con gli altri serve una forte tensione al
bene comune.
E forse è proprio l'interesse al bene comune, senza che ne venga un vantaggio immediato, che
ha consentito all'uomo di raggiungere traguardi che gli animali non hanno mai potuto
raggiungere.
Ma com'è che l'uomo ha imparato a collaborare? Ed è davvero una prerogativa dell'uomo? O lo
fanno anche gli scimpanzé, per esempio?
Si sapeva poco o nulla.
Ricerche dell'Istituto Max Planck in Germania hanno dimostrato che bambini – anche molto
piccoli - tendono a collaborare fra loro, e lo fanno anche con adulti che hanno appena conosciuto.
Bambini di 18 mesi aiutano un adulto in difficoltà a raggiungere un oggetto, senza che
nessuno glielo chieda.
Anche gli scimpanzé si aiutano, ma solo se gli serve, per esempio per procurarsi il cibo.
Se però li si mette in condizioni di arrivare al cibo senza l'aiuto di un partner, non
facilitano l'altro nell'ottenere anche lui un po' di cibo, nemmeno se loro sono già sazi.
Perché aiutino l'uomo gli scimpanzé devono essere stati abituati a farlo, e poi bisogna
chiederglielo.
Se no, non lo fanno.
“L'evoluzione favorisce chi riesce ad essere altruista”, hanno concluso i ricercatori
tedeschi.
E' il modo di aumentare la sopravvivenza della specie.
Un po' si sapeva già, esempi di collaborazione in biologia ce ne sono tra geni, tra cromosomi,
tra cellule degli organismi complessi.
Ma le leggi dell'evoluzione - o meglio di quello che si è sempre pensato fossero le leggi
dell'evoluzione – si basano sulla competizione fra individui.
Resta chi vince, ed evolve.
L'altruismo non è previsto dalla teoria dell'evoluzione.
E nemmeno dalle leggi dell'e conomia.
Collaborare per gli economisti significa aumentare le possibilità di avere dei vantaggi, ma è
sempre un “do ut des”.
Così i ricercatori tedeschi contraddicono le leggi dell'evoluzione e perfino quelle
dell'economia.
Ma forse hanno ragione.
In questi giorni due studi, pubblicati sempre su Science, di ricercatori che lavorano negli
Stati Uniti (a Santa Fe e a Cambridge, nel Massachusetts) dimostrano in un modo estremamente
sofisticato che l'uomo ha potuto evolvere e sopravvivere grazie alla capacità di cooperare.
Fin dall'inizio della nostra storia la competizione fra gruppi di individui avrebbe
paradossalmente fatto emergere quelli più orientati all'altruismo. Tra questi gruppi si sarebbero
diffusi geni “prosocial” (che predispongono alla cooperazione, appunto).
L'aspetto più straordinario di questa teoria è che l'altruismo emergerebbe dalla competizione e
che adesso l'evoluzione dipenderebbe dalla capacità di collaborare pur in un ambiente estremamente
competitivo.
Collaborare porta a specializzarsi e questo aumenta la diversità e migliora la specie.
Quando gruppi di individui cominciano a collaborare, l'organizzazione della società raggiunge
un livello più alto.
Così l'uomo è uomo (e lo scimpanzé è scimpanzé) non solo perché i geni dell'uno e dell'a ltro
mutano in modo diverso nel tempo o perché c'è la selezione naturale che consente agli individui
migliori di emergere, ma anche perché in certe circostanze emergono geni che favoriscono
l'altruismo e in altre no.
Mutazioni e selezione naturale sono i due pilastri dell'evoluzione. La predisposizione genetica
a cooperare è probabilmente il terzo.
È forse il segreto di un'evoluzione che per l'uomo non finisce mai.
Ecco perché gli uomini collaborano così tanto e gli animali, anche quelli vicino a noi nella
scala dell'evoluzione, così poco.
E perché i bambini piccoli sono già orientati ad aiutare gli altri, perfino chi non
conoscono, senza avere nulla in cambio.
E perché qualcuno di noi dona il sangue, o il midollo osseo, o un rene.
Giuseppe Remuzzi
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