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Divisioni pericolose tra chi paga e chi no
Sole 24 Ore Sanita'
25/31 luglio 2006
La signora A.B. che si sottopone regolarmente ogni anno a un esame mammografico riceve dal
radiologo una brutta notizia:
“è possibile che ci sia qualcosa, un piccolo nodulo che andrebbe studiato attraverso altri
esami”.
Preoccupata si rivolge al suo medico di medicina generale che le prescrive una risonanza
magnetica nucleare.
All'Ospedale della sua città si sente dire che purtroppo c'è una lunga lista d'attesa; dovrà
aspettare circa tre mesi. Rivoltasi all'operatore per chiedere se non sia possibile anticipare
l'esame si sente dire che la possibilità di velocizzare i tempi dell'esame c'è: basta pagare.
Così, dopo tre giorni la signora invece che tra mesi, può trarre un sospiro di sollievo data
la negatività dell'esame.
Per i cosiddetti “solventi”, gli stessi operatori, le stesse strutture, le stesse
apparecchiature di proprietà pubblica diventano improvvisamente disponibili superando così quel
concetto di universalità, solidarietà ed eguaglianza che guida le attività del Servizio Sanitario
Nazionale.
Perché questa differenza fra ammalati che possono pagare ed ammalati che hanno scarsi mezzi
economici? Si tratta dell'applicazione di una legge conosciuta con un nome un po' ostico:
intramoenia.
In pratica questa normativa nasce da buone intenzioni, cioè dalla volontà di far cessare una
pratica che vedeva molti medici ospedalieri occupati prevalentemente ad esercitare la loro
specializzazione in case di cura private.
Per realizzare il tempo pieno nella struttura pubblica è stata concessa agli operatori
sanitari la possibilità di esercitare attività private in condizioni controllate.
In altre parole il medico può visitare i suoi pazienti, operare chirurgicamente e realizzare
interventi diagnostici dividendo i proventi con la struttura ospedaliera dove opera.
Era inevitabile che, data la italica furbizia, ciò che doveva essere una eccezione divenisse
con il tempo una fonte di guadagno significativa sia per il medico, che per l'azienda sanitaria.
Per aumentare la numerosità dei pazienti “a pagamento” basta in fondo che aumenti la
lunghezza della lista d'attesa. Non solo, la differenziazione dei tempi di intervento fra chi paga
e chi non paga (ma comunque ha già pagato con tasse e contributi) alimenta il sospetto che anche la
qualità e l'accuratezza dell'intervento possano essere differenti.
Prima che la situazione divenga irreversibile sarebbe bene cominciare ad abolire
l'intramoenia, perché profondamente ingiusta e fonte di sfiducia da parte del pubblico, minando i
principi stessi su cui si basa il nostro Servizio Sanitario Nazionale.
L'abolizione dell'intramoenia non deve ovviamente ripristinare la confusione fra pubblico e
privato.
Chi opera nel servizio pubblico deve essere a tempo pieno.
L'abolizione dell'intramoenia avrà anche il vantaggio di accorciare le liste d'attesa perché
renderà più disponibili operatori e strutture.
È chiaro che verrà a cessare anche il gettito dell'intramoenia, ma a ciò si può rimediare
attraverso la richiesta di un pagamento, un ticket, solo a carico di coloro che hanno un reddito
adeguato.
Questo ticket permetterà a sua volta di retribuire gli operatori che potranno dedicare un
tempo maggiore alle loro attività.
Si tratta di un'applicazione del principio della solidarietà che permetterà di continuare a
mantenere il principio dell'eguaglianza fra ammalati di fronte al Servizio Sanitario Nazionale.
L'accorciamento delle liste d'attesa si deve accompagnare anche ad una valutazione
dell'urgenza di un determinato intervento.
È chiaro ad esempio che esiste una differenza fra chi deve fare una mammografia perché si è
accorta dell'esistenza di un nodulo e chi fa lo stesso esame una volta all'a nno a scopo di
prevenzione primaria.
Il ministro Turco che ha certamente una sensibilità sociale è nelle migliori condizioni per
affrontare il problema con determinatezza e rapidità.
Abolire l'intramoenia è uno dei provvedimenti che aiuterà a rinvigorire il Servizio Sanitario
Nazionale che, pur con le possibilità di miglioramento, rappresenta uno dei pochi “fiori
all'occhiello” del nostro Paese.
Silvio Garattini
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