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Fede e Malattia. Quando pregare aiuta a guarire
Corriere della Sera, Lombardia
22/11/2006
Il medico (col Giuramento di Ippocrate) giura “per Apollo medico e per Asclepio e per Igea e per
Panacea e per tutti gli Dei e le Dee”.
Nel Medio Evo gli Ospedali erano legati alle chiese e molti sacerdoti e frati esercitavano la
chirurgia e le infermiere erano suore.
Dopo le cose sono cambiate.
Ma la discussione su spiritualità e salute va avanti.
Se ne è parlato a Milano al Convegno “La preghiera: medicina dell'anima e del corpo” (Corriere
19 novembre).
Credere in un mondo spirituale è certamente di conforto a chi è malato.
Ed è ben conosciuto che il modo con cui uno affronta la malattia condiziona in senso
favorevole il decorso del male.
Ma ci si può spingere oltre, e stabilire se il credere (e il pregare) modifica l'evoluzione di
certe malattie?
È molto difficile, ma qualcuno ci si è cimentato.
Negli Stati Uniti l'approccio è stato molto pratico: “Se un ammalato prega, o se qualcuno
prega per lui, guarisce prima?”.
Ci sono almeno due studi fatti uno a San Francisco e uno a Kansans City che dimostrano che se
gli ammalati di cuore hanno qualcuno che prega per loro stanno meglio.
Però gli statistici che hanno valutato questi studi sono scettici.
Herbert Benson, un dottore di Boston, ha convinto i cardiochirurghi di sei ospedali americani
a fare uno studio che stabilisce se la preghiera possa influenzare l'esito di interventi sulle
coronarie.
Milleottocento ammalati, tutti operati di by-pass al cuore, sono stati divisi in due gruppi.
Novecento avevano qualcuno che pregava per loro, gli altri no.
Tutti però ricevevano le migliori cure possibili.
Come è finita? Non c'è stato nessun effetto favorevole della preghiera sulla malattia.
Non solo, ma quelli che avevano qualcuno che pregava per loro andavano persino peggio degli
altri.
Nessuno se lo aspettava un risultato così, e i ricercatori hanno concluso che servono altri
studi.
Molti però sostengono che non si dovrebbero spendere soldi destinati alla ricerca per
rispondere ad una domanda che non ha nulla a che vedere con la scienza.
Ma c'è chi invece è favorevole. “Sapere se pregare influenza la guarigione dalle malattie ha
dei risvolti molto importanti.
Come è possibile che i medici non se ne occupino?”.
Ma sono studi molto difficili da fare.
Per esempio se uno prega dieci minuti, o tre ore, o tutto il giorno, è uguale?
E se è uno solo a pregare per te, o se è un'intera comunità religiosa, è uguale?
Ci sono anche altre variabili.
Se uno sa che c'è qualcun altro che prega per lui potrebbe sentirsi meglio solo perché sente
di avere qualcuno vicino, potrebbe avere più grinta nell'affrontare i momenti difficili della sua
malattia e guarire prima per questo.
Ma c'è chi di ricerche così non vuole nemmeno sentirne parlare.
Padre Raymond Lawrence (dirige le attività spirituali della Columbia University) ha
dichiarato al New York Times che questi studi sono ridicoli: ӏ come sottoporre Dio a un test di
laboratorio”.
Ma quando noi analizziamo le cartelle cliniche di certe guarigioni inaspettate per capire se
sono miracoli non facciamo la stessa cosa?
C'è anche un brutto affare.
Uno studioso aveva trovato che la preghiera protegge da certe complicanze dell'AIDS.
Aveva avuto anche dei finanziamenti dal governo per queste ricerche, ma poi si è scoperto che
truccava un po' i dati.
Un altro, un coreano che lavora a New York nel campo della fecondazione assistita, ha pubblicato
nel 2001 un lavoro che dimostrava che le signore che pregano hanno più probabilità di restare
incinte rispetto a quelle che non pregano.
Adesso è indagato per frode.
C'è un lavoro recente, fatto in Israele su quasi 4000 pazienti con infezioni gravi.
Quelli che avevano qualcuno che pregava per loro andavano meglio - meno giorni in ospedale,
meno febbre - di chi non aveva avuto altro che gli antibiotici.
Al di là di qualche episodio poco edificante, resta il fatto che, mai come in questo periodo,
sui giornali di medicina si legge di preghiera e malattie.
Gli studi sono davvero tanti, ma alla domanda se pregare aiuta davvero a guarire gli
scienziati finora non sono stati capaci di rispondere.
Forse fra qualche anno si potrà dire di più.
O forse non lo si saprà mai.
E non è neanche detto che sia giusto cercare di stabilirlo con le regole della scienza.
Giuseppe Remuzzi
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