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Il futuro della sanità
Corriere della Sera, Lombardia
22/01/2006
Ma chi è un'infermiera?
Se lo è chiesto Suzanne Gordon in un libro appena pubblicato negli Stati Uniti.
Stanche di un lavoro pesante, degli orari impossibili, di doversi prendere cura di malati
sempre più gravi, tante infermiere in tante parti del mondo lasciano prima che se ne riescano ad
assumere altre.
È così dal 1998. Ed è peggio ogni anno che passa. Adesso negli Stati Uniti ne mancano
800.000. Ma è così anche in Europa, e in Italia. E in Italia la Lombardia, con quasi diecimila
infermieri in meno di quanti ne servirebbero, sta peggio delle altre Regioni.
E chi è, ci si potrebbe chiedere noi, un'infermiera a Milano o in Lombardia?
Proviamo a rispondere con l'idea di sollevare un problema che potrebbe riguardare presto
tutti noi. L'infermiera è una (o uno) che ha scelto di aiutare gli altri, che fa un lavoro duro,
anche fisicamente.
Che non sempre ha grandi soddisfazioni. Che guadagna abbastanza poco. Che ad un certo punto
si ferma, al di là di un limite (molto diverso da Ospedale a Ospedale, da reparto a reparto) decide
il medico.
E non c'è abbastanza "carriera" nella carriera degli infermieri.
Adesso sono laureati - e non è detto che sia necessario, né che sia un bene che siano
tutti laureati - , ma il lavoro che fanno non è tanto diverso (e non può esserlo) da quello di
quando gli infermieri erano diplomati e basta.
E gli ammalati hanno le stesse malattie di prima, e richiedono la stessa attenzione.
L'esperienza dell'infermiera può fare la differenza tra la vita e la morte.
Tante volte un ammalato va male non perché fallisca la tecnologia, ma perché non sempre ci si
accorge che le sue condizioni cambiano.
Non se ne accorge il medico, che lo vede cinque minuti una, o due, volte al giorno.
Se l'infermiera capisce e se c'è una buona intesa col medico, si può porre rimedio.
"C'era prima qualcuno con grande esperienza, ma è appena andato in pensione".
Succede, spesso nei nostri Ospedali.
Da noi più che nel resto dell'Europa e degli Stati Uniti, gli infermieri quasi mai hanno i
capelli bianchi.
È un peccato.
Chi ha passato tanti anni con gli ammalati accumula una quantità di conoscenze che non
dovrebbero perdersi.
Le professioni le ha inventate l'uomo e cambiano con il cambiare delle conoscenze (e della
tecnologia).
I confini tra il lavoro dell'infermiere e quello del medico sono sempre meno chiari, ed è un
bene che sia così.
Forse è venuto il momento che persone che vengono da esperienze diverse facciano insieme
quello che c'è da fare.
Certe funzioni prevedono tecniche estremamente sofisticate, che uno sia infermiere, medico,
matematico, fisico (o ingegnere) non è importante.
L'importante - per l'ammalato - è che sappia fare, e bene.
Giuseppe Remuzzi
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