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Un'industria malata di marketing

Specchio Economico


gennaio 2006

Alla domanda “dove va la medicina agli inizi del 2006” si dovrebbe rispondere “va dove vuole” o meglio “va dove vi sono interessi economici”.
Si sta infatti sempre più allargando il divario fra i bisogni non ancora soddisfatti degli ammalati rispetto agli interventi medici e alla ricerca biomedica.

Per dare un esempio abbiamo in circolazione circa 360 confezioni di una sola classe (ve ne sono altre 4) per il trattamento della ipertensione, mentre in un periodo di cinque anni sono stati messi a disposizione solo 20 nuovi farmaci per la terapia delle malattie rare, i cosiddetti farmaci orfani.
È vero che gli ammalati con la pressione alta sono molti, ma è altrettanto vero che le malattie rare sono 5000.
Chi si occuperà di dare speranza a questi ammalati che sono portatori di circa il 10% delle patologie gravi e che già hanno grandi difficoltà ad ottenere una diagnosi?

Non certo l'industria farmaceutica che ovviamente non può investire in settori che non diano adeguati ritorni economici, anche se potrebbe devolvere una piccola parte dei suoi cospicui profitti per incrementare la ricerca sui farmaci orfani.
Sarebbe indubbiamente una forma di promozione di immagine alla lunga più efficace di tanti spot pubblicitari.

Se coloro che hanno malattie rare hanno problemi, ne hanno forse di più coloro che soffrono di malattie in parte già curabili, ma purtroppo sono in miseria e non hanno soldi neppure per comperare i farmaci più elementari, ma essenziali.
Anche in questo caso intere popolazioni sono flagellate dalla malaria, dalla lebbra, dalla tubercolosi, dalle malattie tropicali e più recentemente dall'AIDS.
Non solo non hanno a disposizione i farmaci già esistenti, ma manca completamente una seria ricerca per ottenere rapidamente vaccini e medicinali che siano meno tossici e più efficaci.
Può darsi che le cose cambino – ma non se ne vedono ancora i segni – se ci si renderà conto che la globalizzazione può esporre anche i ricchi paesi occidentali ed industrializzati alle stesse malattie.

Forse molte delle attuali preoccupazioni per la pandemia da influenza aviaria non esisterebbero se avessimo provveduto a creare in alcuni paesi asiatici condizioni di vita più igieniche, non solo con interventi farmacologici, ma innanzitutto rimuovendo povertà e ignoranza.
Ma la medicina tende ad occuparsi prevalentemente dei problemi dei paesi ricchi, dove si spende il 90% delle risorse per una piccola parte della popolazione mondiale.

Si può aggiungere che anche nei Paesi ricchi la medicina rispetta poco le conoscenze scientifiche perché è tutta tesa ad aumentare a qualsiasi costo i consumi.
Si dice che ciò serve a sostenere la ricerca, ma le cifre prodotte dalla stessa industria farmaceutica contraddicono questa affermazione.

Infatti a fronte di spese per la ricerca che rappresentano meno del 10% del fatturato, si spende più del 30% per la promozione che viene chiamata informazione scientifica.
Tutta l'industria che ha a che fare con la salute, non solo quella farmaceutica, è ormai dominata dal marketing, mentre fino a qualche tempo fa era orientata dalle direzioni mediche.

Vendere di più è un imperativo che porta alla medicalizzazione della società e trasforma i farmaci da “strumenti di salute” a “beni di consumo”.
Se si abbassano i livelli di normalità per la colesterolemia, la pressione sanguigna o la densità ossea si aumenteranno notevolmente i consumi e continuando su questa strada non esisteranno più soggetti sani ma tutti avremo bisogno di qualche pillola.

È vero che ad esempio le statine sono dei farmaci efficaci, ma pochi sanno che almeno il 90% di coloro che assumono questi farmaci non hanno alcun beneficio.
Non sarebbe importante realizzare ricerche per sapere a priori chi trarrà vantaggio dal trattamento?
Se ciò accadesse diminuirebbe in modo consistente il mercato di questi farmaci e perciò è assai improbabile che queste ricerche trovino chi le finanzi.

Siamo una società farmacocentrica e non sorprende perciò che molti dei farmaci più diffusi siano inutili.
La moda degli integratori alimentari, degli epatoprotettori, dei farmaci per la vecchiaia o per la memoria, dei farmaci dimagranti o dei farmaci antiossidanti è priva di ogni evidenza scientifica e non è molto diversa dai prodotti della medicina alternativa: dai rimedi omeopatici alle miscele erboristiche.

La medicina, presa da alcuni indubbi successi terapeutici, si è completamente dimenticata della prevenzione e cioè della promozione e della ricerca dei fattori di rischio delle malattie.
Non tutte le malattie piovono dal cielo, molte ce le procuriamo con le nostre cattive abitudini di vita.

Se i 13 milioni di fumatori italiani, smettessero questa abitudine e se non venissero rimpiazzati dai più giovani, avremmo una diminuzione di tumori – non solo del polmone – nonché di gravi malattie cardiovascolari, cerebrovascolari e polmonari di una tale entità da orientare la ricerca e l'impegno delle strutture e degli operatori sanitari a obiettivi diversi e più utili.

È necessario quindi colmare un divario fra i bisogni degli ammalati e la direzione in cui va la medicina.
Chi se ne occuperà?

Silvio Garattini

 

 
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Ultimo aggiornamento: 22 maggio 2012 19.01.48 CEST