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Perchè un'istituzione scientifica rinuncia ai brevetti in campo biomedico
23/03/2006
Esistono continui richiami sulla necessità di integrare sempre di più la ricerca accademica con la
ricerca industriale al fine di non disperdere idee e risultati che possano essere utilizzati per
creare nuovi prodotti ad alto valore aggiunto.
”La integrazione dovrebbe risultare in un maggior numero di brevetti e di nuove iniziative
imprenditoriali, risultati in cui il nostro Paese è relativamente deficitario rispetto alla media
dei “competitori” europei.
Mentre tutto ciò è condivisibile non è detto che, riferendoci particolarmente all'area
biomedica, tutti debbano seguire le stesse indicazioni”.
Sembra perciò utile spiegare perché un'istituzione di ricerca come l'Istituto di Ricerche
Farmacologiche “Mario Negri”, in controtendenza con l'idea dominante ha deciso fin dalla sua
origine di non richiedere brevetti.
Val la pena di chiarire subito che non si tratta di una posizione avversa ai brevetti nel
campo della medicina, proprio perché il “Mario Negri” negli anni '60 e '70, quando in Italia non
esistevano brevetti per i farmaci sosteneva la necessità del brevetto come incentivo necessario per
assicurare innovazione.
È pure evidente che in una collaborazione scientifica sostenuta finanziariamente
dall'industria, l'ente accademico debba essere d'aiuto nella realizzazione delle pratiche
brevettuali industriali, magari anche sospendendo temporaneamente la pubblicazione dei dati.
È altrettanto importante chiarire, anche se ciò può sembrare manicheo, che l'orientamento
nella ricerca dell'accademia debba essere sostanzialmente diverso dall'orientamento dell'industria.
L'accademia deve operare essenzialmente per aumentare le conoscenze e per cercare di gettare luce
nell'ignoto, mentre l'industria può raramente permettersi questo lusso e deve lavorare per scoprire
nuovi prodotti da vendere in un mercato molto competitivo: due orientamenti che sembrano essere
agli antipodi, ma che possono trovare convergenze quando vi siano interessi scientifici comuni,
soprattutto in una fase della ricerca che tenda a sviluppare nuove metodologie, nuovi modelli di
malattia o nuovi meccanismi d'azione, in una fase che si suole definire pre-competitiva.
Se non fosse così, non si capisce perché l'accademia dovrebbe ottenere brevetti ma non li
dovrebbe poi sfruttare organizzando industrie produttrici e distributrici; ma ciò porterebbe
indubbiamente ad una confusione dei ruoli.
Perché quindi rimanere al di fuori della impostazione brevettistica?
Soprattutto per essere liberi.
Liberi nell'orientamento e nella selezione dei temi di ricerca: se si deve brevettare, ci si
orienterà sempre verso ricerche di tipo pratico, mentre spesso le cose più interessanti si scoprono
quando si cerca solo per sapere, senza altri fini.
Libertà da conflitti di interesse, perché inevitabilmente il fatto di avere un brevetto
comporta una difesa dello stesso e perciò una ricerca orientata a valutarne gli effetti positivi
per valorizzarlo rinunciando, anche in modo inconscio, a stabilire un serio rapporto fra benefici e
rischi.
Libertà di critica: se il brevetto arriva a realizzare un farmaco, – cosa poco frequente – è
difficile essere oggettivi. La vendita del farmaco comporta royalties ed il tentativo di
massimizzarle diventa inevitabile.
Libertà di comunicare: la realizzazione brevetti richiede confidenzialità, segreto, mentre la
scienza, quella biomedica deve essere universale.
La pubblicazione dei propri risultati può avere conseguenze inimmaginabili, può cambiare il
corso delle ricerche di altri gruppi, può essere il punto di partenza per altre scoperte.
Molte delle scorrettezze dei ricercatori messe in evidenza da una recente indagine (Sole 24
Ore del 09/06/2005) sono anche il frutto di una competizione che non dovrebbe essere tollerata
quando la ricerca ha come fine la salute.
Molti ricercatori hanno funzioni consultive, possono essere richiesti di pareri da parte
delle autorità regolatorie o del Servizio Sanitario Nazionale.
Come potranno essere distaccati nel giudizio nei confronti del loro farmaco o della ditta che
lo produce oppure nei confronti dei prodotti concorrenti il cui successo rischia di far diminuire
le royalties?
Molti ricercatori sentono anche il dovere di dare informazioni al pubblico attraverso i mass
media, informazioni che spesso devono essere controcorrente quando i farmaci sono frutto di
eccessiva propaganda, quando si sottacciono gli effetti tossici, quando si promettono improbabili
successi, quando si vendono a prezzi esagerati.
Non è meglio in questi casi che le istituzioni e chi le rappresenta siano privi di legami
economici che le riguardano da vicino e che comunque potrebbero suscitare sospetti da parte di chi
viene informato?
Se si è privi di interessi diretti è più facile essere obiettivi e anche se si sbaglia non lo
si fa per un condizionamento ed è perciò meno difficile riconoscere il proprio errore.
Tutto ciò non mette in discussione l'importanza di collaborare con l'industria, ma nella
collaborazione l'accademia deve essere attenta.
È necessario che vi sia un reale interesse scientifico complementare fra le due parti,
bisogna evitare strumentalizzazioni propagandistiche, non si devono accettare fondi per ricerca che
in realtà mascherano la richiesta di un supporto in altre direzioni.
Quanti sono gli accademici del settore biomedico che acquistano prestigio, sono invitati ai
congressi, pubblicano su riviste importanti (magari con una lunga lista di conflitti di interessi)
non per meriti scientifici ma solo perché sono diventati gli opinion leader di una o più industrie
farmaceutiche?
Mantenere una istituzione di ricerca in un costante equilibrio fra la necessità di trovare
risorse per poter continuare a ricercare senza rinunciare al tempo stesso alla propria libertà,
alla dignità, allo spirito critico è impresa difficile e complicata soprattutto in Italia, dove i
fondi pubblici sono scarsi e male utilizzati.
È probabile, seppure in tempi lunghi, che l'opinione pubblica impari a distinguere fra chi
cura interessi personali e chi si occupa di interessi pubblici e non lasci mancare il suo sostegno
a quest'ultimi.
Ovviamente non tutti devono rinunciare ai brevetti, ma la rinuncia può essere una scelta
volontaria da parte delle istituzioni che vogliono giocare un ruolo indipendente a favore della
salute pubblica, dalla parte degli ammalati.
Silvio Garattini
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