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Dalla lotta del 1700 contro lo scorbuto successi (e speranze) della ricerca medica
Corriere della Sera
20/05/2006
Per certe malattie la scienza ha fatto passi avanti straordinari ma per altre non ci sono (o non ci
sono ancora) farmaci efficaci.
Non per il tumore del colon e del pancreas, non per l'artrite reumatoide, non per tante
malattie rare. Ma chi stabilisce in medicina cosa è efficace e cosa no? Una volta c'era qualche
conoscenza sulle cause delle malattie (non molte, a essere sinceri fino a 60 anni fa) e soprattutto
“l'esperienza” del medico.
Esperienza era aver visto di altri casi simili e cercare di ricordarsi chi, in seguito a quale
cura, stava meglio o eventualmente era guarito e chi no. I nuovi ammalati si curavano con quello
che si pensava avesse fatto bene agli altri. Molti medici le loro esperienze le scrivevano in libri
o in riviste specializzate.
Altri ne parlavano con altri medici. Si creava una tradizione. Ma questo metodo era molto
pericoloso. Un giorno a metà del ‘700 James Lind – dottore di Edimburgo a bordo di una delle navi
della regina – era in un bel guaio: i marinai sanguinavano dalle gengive e perdevano i denti:
scorbuto.
C'erano rimedi empirici, ma come distinguere quelli efficaci dagli altri? Lind divise 12
marinai in sei gruppi di due. Ciascuno (dei due della coppia) avrebbe avuto un trattamento diverso
da quello delle altre coppie di marinai. Solo i due marinai che avevano avuto succo di agrumi (di
due arance e un limone al giorno) guarirono.
Gli altri no. Lind lo scrisse.
Fu probabilmente il primo studio clinico controllato. Ma per duecento anni non se ne fece più
niente.
Gli ammalati continuavano a essere curati con l'esperienza e per convinzioni maturate dalla
tradizione. Il metodo sperimentato per primo dal dottor Lind divenne prassi soprattutto per merito
del Clinical Research Council (in Inghilterra) che allora era guidato da Austin Bradford Hill. (Un
suo contributo fondamentale è l'aver dimostrato - con Richard Doll - che il fumo di sigaretta
provoca il cancro).
Hill aveva ereditato la passione per la medicina dal padre. Nel 1916 era pilota della prima
aviazione britannica, ma prese la tubercolosi e fu mandato a casa (con l'idea che sarebbe morto,
allora gli antibiotici non c'erano).
Sopravvisse, ma era molto debilitato. Non fu più in grado di fare il medico. Però era
appassionato di statistica, volle applicarla alla medicina, e stabilì per primo le regole della
ricerca clinica.
Si è cominciato a comparare gruppi di ammalati con la stessa malattia assegnandoli al
trattamento, di cui si voleva testare l'efficacia, o a un placebo (una pillola uguale ma che non
contiene il principio attivo). Gli ammalati dovevano essere assegnati all'uno o all'altro
trattamento a caso (a “random” come si dice) e nemmeno i medici sapevano quale malato facesse quale
trattamento fino alla fine della sperimentazione.
La numerosità dei gruppi di trattamento dipende dalla domanda a cui lo studio vuole
rispondere. Si devono fare dei calcoli, precisi, perché tutto alla fine abbia un significato
statistico e i risultati si possano applicare anche ad ammalati che non hanno preso parte alla
sperimentazione.
È merito di questi studi se oggi di leucemia si può guarire, se di infarto acuto del cuore
non si muore quasi più, se per certe malattie del rene si può evitare la dialisi, se la tubercolosi
non fa più paura. Se il virus dell'AIDS si può tenere sotto controllo.
È precisamente perché nessuno studio controllato ne ha dimostrato l'efficacia che gli
scienziati sostengono che “ medicine” alternative non sono cure. Oggi non si può mettere in
commercio nessun farmaco se l'efficacia non è stata documentata da studi clinici controllati, e ne
serve più di uno, e ci sono molte regole da rispettare.
Questi studi costano moltissimo e ormai se li può permettere solo l'industria.
Che chiede ai medici di collaborare, certo, ma quasi sempre mantiene la proprietà dei dati e
si riserva il diritto di fare le analisi statistiche e pubblicare i risultati.
Invece ci vorrebbe più ricerca clinica indipendente e più collaborazione fra industria e
mondo accademico nel disegnare i protocolli e nel valutare i risultati.
Ci guadagnerebbero tutti, gli ammalati per primi, ma anche i medici, che potrebbero
sperimentare i farmaci nuovi verso quello che è già disponibile ed efficace e testare ipotesi
magari impiegando farmaci non più coperti da brevetto (quelli che l'industria non vuole più
studiare).
E ci guadagnerebbe anche l'industria che dalla ricerca indipendente avrebbe stimoli per
cercare farmaci nuovi (nonostante quella del farmaco sia davanti, per fatturato, all'industria del
petrolio di farmaci davvero nuovi e davvero efficaci, negli ultimi vent'anni, ce ne sono stati
pochi).
Giuseppe Remuzzi
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