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Le migliori università. Milano è assente

Corriere della Sera, Lombardia


12/10/2006

“Più soldi per l'Università, fondo di matching (vuol dire raddoppiare i fondi che i ricercatori ottengono in Europa), cambiare la governance (sarebbe l'insieme dei processi che influenzano il modo con cui si amministra una istituzione), produrre brevetti, e licenze, e perché no? produrre premi nobel”.

Sono le proposte, tutte recenti, per rendere competitive le nostre Università, proposte fatte soprattutto per le Università di Milano, considerate da tanti –forse anche a ragione – le migliori d'Italia. Serviranno? No.

The Times ha pubblicato in questi giorni la classifica delle prime 200 Università del mondo. Quante sono italiane? Una, ed è dentro per un pelo, al numero 197.
Quante di Milano? Nessuna.

Ma nelle prime 200 ce ne sono 7 della Svizzera, 10 dell'Olanda - che è grande come la Lombardia - 6 della Cina, 3 dell'India, 1 della Spagna, 3 della Corea. Gli Stati Uniti sono al primo posto, come negli anni scorsi con 11 Università nelle prime 20.

L'Europa si difende bene per via del Regno Unito (il secondo e il terzo posto vanno a Cambridge e Oxford) e della Francia. Le Università inglesi hanno professori eccellenti e studenti che arrivano da tutte le parti del mondo.

C'è un'altra ragione che spiega il successo delle Università inglesi, i fondi del governo vanno quasi tutti a poche Università, le migliori.

La prima Università della Francia - Ecole Normale Supérieure di Parigi - è salita al 18° posto (dal 24° nel 2005) perché ha un eccellente rapporto studenti/professori, che pubblicano benissimo, ancora meglio di quelli della migliore Università dell'Olanda, l'Erasmus di Rotterdam.

È questo che fa grandi le Università dell'Europa. Da noi cosa c'è di tutto questo? Nulla.

Da noi le Università sono fatte soprattutto per i professori che – se hanno 35 anni di anzianità - sono pagati bene anche se non pubblicano. Da noi i professori stranieri sono solo l'1-2 percento e solo in certe Università, mentre negli Stati Uniti si può arrivare al 50 percento.

Da noi, studenti dall'estero - di quelli che fanno a gara per entrare a Cambridge o a Oxford - ce n'è pochi, e per attirare gli studenti le Università hanno messo degli incentivi.

I rettori vorrebbero più soldi dal governo, ma non serve se i soldi si continuano a distribuire fra troppe Università, che fanno tutte più o meno le stesse cose.
Le riforme che si sono succedute sono state una peggio dell'altra.
Il tre più due, tanto per fare un esempio è stato “un disastro intellettuale, morale ed economico” (Quirino Paris, insegna economia agraria in California da quarant'anni).

No, a dirla tutta, bisognerebbe poter chiudere e rifondarla questa nostra povera Università, una volta per tutte. E cambiare le regole (è un sogno, e i sogni, si sa non si avverano quasi mai, il tentativo di cambiare le regole per chi guida il taxi è finito male, figurarsi se qualcuno volesse proporre nuove regole ai professori delle Università).

Ma se il governo - o il ministro - avessero coraggio una cosa la potrebbero fare subito: chiudere le Università senza buoni insegnanti e buona ricerca.
Con i soldi che risparmiano potrebbero fare un esperimento: tre o quattro Università “ nuove” libere di operare, con le regole che hanno fatto grandi le altre dell'Europa.
Che sono regole semplici, sempre quelle, di cui tutti parlano da anni in tutti i convegni, ma che nessuno ha voglia di mettere in pratica.

Le Università dovrebbero competere per i migliori programmi e i migliori docenti, via i concorsi, professori pagati in rapporto a quanto pubblicano, via il valore legale della laurea, rette più alte per chi può (come in Inghilterra) e borse di studio adeguate e alloggi gratis per chi è davvero bravo e non può pagarsi gli studi.

Ciascuna di queste (poche) Università potrebbe stabilire un rapporto formale di collaborazione con qualcuna delle più forti d'Europa, scambiarsi professori e studenti e operare con le stesse regole. Stabilito lo standard, pian piano gli altri si adegueranno.

Se no, niente più soldi dal governo. Sul Times, dopo la classifica, c'è un articolo che discute delle Università dell'Europa, chi va bene, chi no e perché. Si parla di Inghilterra, Germania, Belgio, Olanda, Spagna, Svizzera e Irlanda (in Irlanda c'è solo il Trinity College di Dublino nella classifica, al numero 78 e questo è allarmante, c'è scritto).

E l'Italia? Dell'Italia c'è una riga sola “l'unica Università d'Italia che entra nella classifica è la Sapienza di Roma, al numero 197, indietro di 72 posti rispetto all'anno scorso”. Tutto qui.

Giuseppe Remuzzi

 

 
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