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Un modello per la sanità

Corriere della Sera, Lombardia


10/11/2006

La Regione ha approvato il piano 2007-2009 per una sanità "più efficiente, più vicino alle esigenze dei cittadini, e più sostenibile".
Ma cosa c'è in più nel nuovo piano che non c'era prima? Più prevenzione, più attenzione per le malattie mentali e per le malattie dei bambini.

E poi nuove regole per l'emergenza e l'urgenza.
Ci sarà un'azienda unica per tutta la Lombardia, farà quello che fa il 118, che è prezioso, uno dei punti di forza del nostro sistema di salute.

Gli ammalati sono grati, e lo saranno sempre, a chi li ha portati nell'Ospedale giusto.
Si farà meglio con la nuova organizzazione? Forse, ma si dovrà poterlo documentare.

Il piano socio-sanitario però non piace a sindacati e opposizione.
“Elenca solo desideri senza dire chi e come li realizzerà e con che soldi, non si fa abbastanza per la prevenzione, non c'è attenzione a chi lavora.
E poi si parla troppo di Ospedali e troppo poco di assistenza a domicilio e ai disabili”.
Hanno ragione?È difficile dare un giudizio.

Per l'OMS l'Italia è seconda, dopo la Francia - su 191 paesi - per la qualità del sistema sanitario (nazionale, fatto perché tutti potessero avere le cure che servono).
Ma da qualche anno le regioni hanno una certa autonomia.
S'è fatto per promuovere efficienza e qualità e per poter controllare la spesa.
E nei prossimi anni il nostro servizio sanitario – sempre meno “nazionale” e non ancora del tutto “regionale” – si dovrà confrontare con un problema in più.

Ci sono in Italia più persone anziane che in qualunque altro paese del mondo.
Nel 2050 il 50 per cento dei cittadini avrà più di 60 anni (tanti saranno malati, tanti non sapranno badare a sé stessi).

Chi assicurerà loro buone cure? E chi pagherà?

L'OMS nel suo rapporto dice che per la sanità in Italia al nord e al centro è meglio che al sud.
Ma nel nord ce ne sono tante di sanità, c'è il modello della Lombardia, e c'è quello del Veneto, del Piemonte, dell'Emilia Romagna.
Dov'è che si fa meglio spendendo meno? Non serve sapere quante persone abbiamo curato, serve sapere quanti – di quelli che erano davvero ammalati - sono guariti o hanno vissuto di più e meglio di quanto ci si poteva aspettare.

Non li abbiamo questi dati (ci vorrebbe un progetto di ricerca, come si fa per i farmaci).
Senza è difficile dare un giudizio e nemmeno si può sapere se le critiche dei sindacati e dell'opposizione - anche quelle basate su nessun dato - hanno qualche fondamento.

Giuseppe Remuzzi

 

 
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Ultimo aggiornamento: 22 maggio 2012 19.14.30 CEST