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Nuovi farmaci antitumorali ed evidenze di efficacia
Decidere in medicina - Numero 2
Aprile 2006
In questi ultimi anni è stato messo a disposizione un gran numero di nuovi farmaci antitumorali.
Sono soprattutto farmaci frutto delle biotecnologie, i cosiddetti farmaci “intelligenti”, le
pillole magiche che arrivano a colpire targets ben definiti. Il loro effetto è considerato
specifico, certamente meno tossico dei classici farmaci antitumorali, ma il loro costo ha creato
non pochi problemi al Servizio Sanitario Nazionale e in particolare alle Aziende ospedaliere. A
fronte dei pochi euro dei comuni citotossici si devono spendere per ogni ciclo di terapia parecchie
migliaia di euro. La pressione per il loro impiego è molto forte: mass media, medici, società
scientifiche, tutti stimolati dall'industria farmaceutica, richiedono a gran voce che si stabilisca
un fondo speciale. Chiunque susciti qualche dubbio sull'impiego di significative risorse economiche
per questo scopo viene tacciato di crudeltà ed è destinato alla impopolarità.
Ovviamente tutti attendiamo farmaci efficaci per i tumori: averli a disposizione vorrebbe
dire, per quanto il costo sia elevato, risparmiare alla lunga in termini di ospedalizzazioni e cure
palliative. Ma è proprio così chiaro il beneficio? Non stiamo soggiacendo ai miraggi di una
biotecnologia che promette miracoli? In realtà se si guarda ai risultati non si rimane molto
impressionati; spesso questi farmaci non vengono impiegati da soli, ma in associazione con i
classici citotossici in disegni sperimentali che non sempre sono adeguati. I risultati sono
misurati con parametri deboli, mentre mancano completamente dati che misurino la qualità di vita
dei pazienti portatori di tumore. Mancano confronti adeguati, spesso riferiti a controlli storici
anzichè a trattamenti standard studiati in contemporanea.
Venendo alle modalità con cui sono stati valutati i nuovi farmaci, occorre ricordare che le
linee-guida delle agenzie regolatore richiedono per l'approvazione, oltre alle consuete indagini
pre-cliniche e cliniche, studi di fase 3. Nel caso in cui si tratti di ricerche cosiddette di
seconda o terza linea su pazienti resistenti alle terapie correnti è richiesta la dimostrazione di
superiorità.
Contrariamente a quanto raccomandato da queste linee-guida i criteri con cui sono stati
approvati i nuovi farmaci antitumorali, così come si desume dagli EPAR (European Product Assessment
Report, i documenti ufficiali che giustificano le decisioni dell'EMEA, ente responsabile per la
commercializzazione dei farmaci nei Paesi dell'Unione Europea) si possono riassumere in questo
modo: per i dettagli rimandiamo a Apolone et al.; Brit. J. Cancer 2005, 93, 504-509.
Negli ultimi 10 anni, l'EMEA ha approvato 14 nuovi farmaci antitumorali per 27 indicazioni
terapeutiche. Tuttavia solo per 14 indicazioni erano disponibili studi fase 3. Solo pochi studi
riportavano parametri che fossero di reale interesse clinico: nel 89% dei casi si misuravano solo
la massa del tumore e la progressione del tumore. Solo per quattro indicazioni esistevano studi per
determinare la durata di vita, con risultati che riportavano un aumento di sopravvivenza da 0 a 3,7
mesi.
In conclusione i farmaci antitumorali vengono approvati e commercializzati con deboli
evidenze di efficacia, senza confronti e in generale per indicazioni di nicchia. La disponibilità
del farmaco accompagnata dalla promozione dell'industria ne estende poi rapidamente l'impiego “
off-label”. Non sempre viene rispettato l'obbligo di condurre ricerche nel periodo “post-marketing”
per cui l'impiego del nuovo farmaco non viene rivalutato da parte delle autorità regolatorie. Gli
oncologi utilizzano i farmaci nella speranza di ottenere risultati: ma anche in questo, come in
molti altri casi in medicina, la loro decisione non è certamente basata sull'evidenza, ma su
fattori soggettivi, una pratica che spesso sottrae risorse umane ed economiche al Servizio
Sanitario Nazionale.
Silvio Garattini
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