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Perchè rinunciamo ai brevetti
Negri News
Maggio 2006
Esistono continui richiami sulla necessità di integrare sempre di più la ricerca accademica con la
ricerca industriale al fine di non disperdere idee e risultati che possano essere utilizzati per
creare nuovi prodotti ad alto valore aggiunto.
”La integrazione dovrebbe risultare in un maggior numero di brevetti e di nuove iniziative
imprenditoriali, risultati in cui il nostro Paese è relativamente deficitario rispetto alla media
dei “competitori” europei. Mentre tutto ciò è condivisibile non è detto che, riferendoci
particolarmente all'area biomedica, tutti debbano seguire le stesse indicazioni”.
Sembra perciò utile spiegare perché un'istituzione di ricerca come l'Istituto di Ricerche
Farmacologiche “Mario Negri”, in controtendenza con l'idea dominante ha deciso fin dalla sua
origine di non richiedere brevetti.
Val la pena di chiarire subito che non si tratta di una posizione avversa ai brevetti nel
campo della medicina, proprio perché il “Mario Negri” negli anni ’60 e ’70, quando in Italia non
esistevano brevetti per i farmaci sosteneva la necessità del brevetto come incentivo necessario per
assicurare innovazione.
È pure evidente che in una collaborazione scientifica sostenuta finanziariamente
dall'industria, l'ente accademico debba essere d'aiuto nella realizzazione delle pratiche
brevettuali industriali, magari anche sospendendo temporaneamente la pubblicazione dei dati. È
altrettanto importante chiarire, anche se ciò può sembrare manicheo, che l'orientamento nella
ricerca dell'accademia debba essere sostanzialmente diverso dall'orientamento dell'industria.
L'accademia deve operare essenzialmente per aumentare le conoscenze e per cercare di gettare
luce nell'ignoto, mentre l'industria può raramente permettersi questo lusso e deve lavorare per
scoprire nuovi prodotti da vendere in un mercato molto competitivo: due orientamenti che sembrano
essere agli antipodi, ma che possono trovare convergenze quando vi siano interessi scientifici
comuni, soprattutto in una fase della ricerca che tenda a sviluppare nuove metodologie, nuovi
modelli di malattia o nuovi meccanismi d'azione, in una fase che si suole definire pre-competitiva.
Se non fosse così, non si capisce perché l'accademia dovrebbe ottenere brevetti ma non li
dovrebbe poi sfruttare organizzando industrie produttrici e distributrici; ma ciò porterebbe
indubbiamente ad una confusione dei ruoli. Perché quindi rimanere al di fuori della impostazione
brevettistica? Soprattutto per essere liberi. Liberi nell'orientamento e nella selezione dei temi
di ricerca: se si deve brevettare, ci si orienterà sempre verso ricerche di tipo pratico, mentre
spesso le cose più interessanti si scoprono quando si cerca solo per sapere, senza altri fini.
Libertà da conflitti di interesse, perché inevitabilmente il fatto di avere un brevetto comporta
una difesa dello stesso e perciò una ricerca orientata a valutarne gli effetti positivi per
valorizzarlo rinunciando, anche in modo inconscio, a stabilire un serio rapporto fra benefici e
rischi. Libertà di critica: se il brevetto arriva a realizzare un farmaco, – cosa poco frequente –
è difficile essere oggettivi.
La vendita del farmaco comporta royalties ed il tentativo di massimizzarle diventa
inevitabile. Libertà di comunicare: la realizzazione brevetti richiede confidenzialità, segreto,
mentre la scienza, quella biomedica deve essere universale. La pubblicazione dei propri risultati
può avere conseguenze inimmaginabili, può cambiare il corso delle ricerche di altri gruppi, può
essere il punto di partenza per altre scoperte. Molte delle scorrettezze dei ricercatori messe in
evidenza da una recente indagine (Sole 24 Ore del 09/06/2005) sono anche il frutto di una
competizione che non dovrebbe essere tollerata quando la ricerca ha come fine la salute. Molti
ricercatori hanno funzioni consultive, possono essere richiesti di pareri da parte delle autorità
regolatorie o del Servizio Sanitario Nazionale. Come potranno essere distaccati nel giudizio nei
confronti del loro farmaco o della ditta che lo produce oppure nei confronti dei prodotti
concorrenti il cui successo rischia di far diminuire le royalties? Molti ricercatori sentono anche
il dovere di dare informazioni al pubblico attraverso i mass media, informazioni che spesso devono
essere controcorrente quando i farmaci sono frutto di eccessiva propaganda, quando si sottacciono
gli effetti tossici, quando si promettono improbabili successi, quando si vendono a prezzi
esagerati. Non è meglio in questi casi che le istituzioni e chi le rappresenta siano privi di
legami economici che le riguardano da vicino e che comunque potrebbero suscitare sospetti da parte
di chi viene informato? Se si è privi di interessi diretti è più facile essere obiettivi e anche se
si sbaglia non lo si fa per un condizionamento ed è perciò meno difficile riconoscere il proprio
errore.
Tutto ciò non mette in discussione l'importanza di collaborare con l'industria, ma nella
collaborazione l'accademia deve essere attenta. È necessario che vi sia un reale interesse
scientifico complementare fra le due parti, bisogna evitare strumentalizzazioni propagandistiche,
non si devono accettare fondi per ricerca che in realtà mascherano la richiesta di un supporto in
altre direzioni. Quanti sono gli accademici del settore biomedico che acquistano prestigio, sono
invitati ai congressi, pubblicano su riviste importanti (magari con una lunga lista di conflitti di
interessi) non per meriti scientifici ma solo perché sono diventati gli opinion leader di una o più
industrie farmaceutiche? Mantenere una istituzione di ricerca in un costante equilibrio fra la
necessità di trovare risorse per poter continuare a ricercare senza rinunciare al tempo stesso alla
propria libertà, alla dignità, allo spirito critico è impresa difficile e complicata soprattutto in
Italia, dove i fondi pubblici sono scarsi e male utilizzati. È probabile, seppure in tempi lunghi,
che l'opinione pubblica impari a distinguere fra chi cura interessi personali e chi si occupa di
interessi pubblici e non lasci mancare il suo sostegno a quest'ultimi. Ovviamente non tutti devono
rinunciare ai brevetti, ma la rinuncia può essere una scelta volontaria da parte delle istituzioni
che vogliono giocare un ruolo indipendente a favore della salute pubblica, dalla parte degli
ammalati.
Silvio Garattini
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