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Premiare poche università
Corriere della Sera
15/11/2006
La Finanziaria priva l'Università di 250 milioni di euro (decreto taglia-spese del 20%). “Un
errore madornale” secondo il ministro Mussi.
E i rettori “così non ce la facciamo più”.
Ma risparmiare è necessario, ne sono convinti anche i professori, ha scritto il ministro
Padoa-Schioppa al Corriere (12 novembre).
E poi il fondo ordinario crescerà (nel 2007, ma appena un po') e c'è uno stanziamento per i
giovani ricercatori.
Nella sua replica a Padoa-Schioppa il ministro Mussi scrive che se si tiene conto
dell'inflazione, la riduzione arriva al 25% (“vuol dire fermare dei laboratori e uscire dai
progetti internazionali”).
I rettori hanno ragione.
Però...È passato solo un mese da quando The Times ha pubblicato la classifica 2006 delle
prime 200 Università del mondo.
Prima è Harvard, poi ce ne sono due dell'Inghilterra (Cambridge e Oxford), nelle prime 20 altre
sette degli Stati Uniti, la scuola di economia di Londra, l'Università di Pechino, la scuola
normale superiore di Parigi, una di Singapore.
Nelle prime 200 ci sono 7 Università della Svizzera, 10 dell'Olanda, 10 della Germania.
E ce ne sono della Spagna, della Svezia, della Danimarca e poi, dell'India, della Cina, della
Russia, della Corea.
L'Europa ha 88 grandi Università soprattutto per merito dell'Inghilterra, della Francia,
dell'Olanda che hanno professori eccellenti, studenti da tutte le parti del mondo e ricerca di
primo piano.
L'Italia in questa classifica è al numero 197 con La Sapienza di Roma che perde 72 posizioni
rispetto all'anno scorso.
“Una delle ragioni che spiega il successo del Regno Unito - dice il rapporto del Times – è
che in Inghilterra i fondi del governo vanno tutti a poche Università”.
In Italia i soldi del governo vengono distribuiti a tutte le Università, più o meno allo stesso
modo, senza avere distinzione di merito.
Professori bravi ce ne sono.
Ma come può un professore anche bravissimo lasciare il segno senza una buona organizzazione?
Da noi si diventa professori per concorso, vinto il concorso, è fatta, che si sappia
insegnare o che si faccia ricerca importa poco.
L'età dei docenti aumenta in modo preoccupante, ma i giovani sono solo il 4 per cento per l'1
per cento appena della spesa, e i migliori vanno all'estero.
Così non si può andare avanti (i rettori lo ripetono da anni).
L'Università va rifondata.
E la Finanziaria – come scrive Padoa-Schioppa al Corriere - è l'occasione per farlo. I soldi
che il governo ha messo a disposizione bastano.
Basta darli alle Università che hanno dimostrato di saper far bene.
Che dovrebbero poterli usare come vogliono, essere libere di assumere i professori bravi e di
pagarli come vogliono, e di potersi liberare di chi non sa insegnare.
Per rifondare l'Università basta un decreto fatto di tre articoli:
- si toglie valore legale alla laurea;
- i professori si assumono senza concorso e si dà più spazio ai giovani;
- si danno più fondi a chi stabilisce rapporti di collaborazione (veri) con le Università più
forti dell'Europa e opera con le stesse regole.
Tutto qua. Tagliare a tutti senza giudizio di merito sarebbe un delitto.
In questi giorni l'Accademia Nazionale degli Stati Uniti ha pubblicato un rapporto sullo
stato delle Università americane.
Comincia così “nonostante ce ne sia enorme bisogno, le nostre Università stanno perdendo
capacità e talenti (quelli delle donne per esempio.
Per loro, se vogliono fare scienza, ingegneria e matematica, non c'è grande prospettiva
di carriera)”.
Se negli Stati Uniti, dove ci sono 55 Università nelle prime 200 ci si preoccupa di perdere
competitività, cosa dovremmo dire noi che ne abbiamo una? (e quando mai ci siamo preoccupati del
talento delle donne?)
Per rifondare l'Università serve che il governo cambi strategia proprio lungo la linea che
suggerisce Padoa-Schioppa (“vi è la consapevolezza di profonde asimmetrie nella qualità delle
prestazioni didattiche e scientifiche”, ministro, perché non provare a correggerle, allora?).
Le Università davvero buone dovrebbero avere molto di più, altre dovranno accontentarsi di
molto meno.
Gli strumenti per farlo, lo ha ricordato Mussi, ci sono.
Certo, quelle Università che vengono dal nulla, quelle fatte per compiacere qualche politico,
quelle fatte di professori nati e cresciuti sempre lì, quelle dovranno chiudere.
Per un'operazione così però l'impegno del governo non basta.
Bisogna coinvolgere la gente, e gli studenti, e i professori.
Ma i rettori la appoggerebbero una legge così?
Giuseppe Remuzzi
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