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Il ricercatore non deve cedere alla tentazione dello "scoop"
Il Sole 24 Ore - Inserto Sanità
14-20 Febbraio 2006
In questi ultimi tempi abbiamo assistito ad una serie di falsi scientifici rappresentati
dall'occultamento di dati o dalla pubblicazione di risultati inventati di sana pianta o abilmente
ritoccati. L'esempio forse più sorprendente è quello del coreano Hwang Woo-suk che ha realizzato
una serie di “invenzioni” sostenendo di aver prodotto cellule staminali da embrioni umani da cui
aveva derivato linee fatte su misura per trattare pazienti con gravi malattie. Il lavoro era stato
pubblicato sulla prestigiosa rivista Science e commentato da autorevoli ricercatori come la
scoperta del secolo, un passo avanti fondamentale per l'utilizzo delle cellule staminali in
terapia. Una commissione d'inchiesta ha successivamente stabilito che non c'era nulla di vero, ma
non solo, Hwang Woo-suk aveva anche utilizzato la sua autorità per obbligare una sua collaboratrice
a fornire ovuli. Recentemente Jon Sudbo ha pubblicato un lavoro sulla altrettanto prestigiosa
rivista britannica The Lancet, un interessante articolo che dimostrava come l'impiego di alcuni
farmaci anti-infiammatori riducesse il rischio di tumori della bocca. Una commissione della
Università di Oslo ha poi stabilito che i 454 pazienti su cui l'Autore basava i suoi lavori erano “
virtuali”! Si possono aggiungere a questi casi gli scandali del rofecoxib, il farmaco
anti-infiammatorio per cui si era taciuto il rischio di infarto miocardico o della paroxetina che
veniva somministrata ai bambini pur sapendo da studi mai pubblicati che il farmaco era pressoché
inattivo ed anzi sembrava aumentare l'ideazione di suicidio.
La tendenza ad “aggiustare” i dati delle sperimentazioni cliniche o di laboratorio non sembra
essere così eccezionale se una inchiesta condotta fra ricercatori ha stabilito che circa il 30% ha
confessato di essere ricorso a qualche seppur veniale trucco per mettere in una miglior luce i
propri risultati.
La domanda spontanea è: “cosa sta accadendo nel mondo della ricerca? Come è possibile che si
possano fabbricare dei falsi scientifici? Non esistono controlli? Non c'è valutazione obiettiva dei
meriti scientifici di un lavoro per pubblicazione?”
La risposta può essere molto semplice: anche la ricerca scientifica è un'attività umana e
come tale rispecchia la società in cui opera. In un'epoca in cui l'apparire è più importante
dell'essere tutto può accadere. Anche le riviste scientifiche tendono a vendere il loro prodotto;
la tentazione dello scoop è molto forte e di fronte a un articolo seducente che promette il
passaggio di inesplorate frontiere si possono allentare i controlli per uscire con la notizia il
più presto possibile. Le istituzioni devono acquisire una loro popolarità perché ciò può
rappresentare un ritorno economico da parte del pubblico, delle fondazioni, dello Stato. Si cerca
perciò di spingere anche sull'emotività. Non c'è scoperta che non si concluda con la considerazione
che servirà a curare tumori, aids, parkinson e quant'altro; si giunge perfino a pubblicare sui
giornali l'annuncio dell'intenzione di svolgere una ricerca o di aver preparato un protocollo per
studiare un farmaco in una determinata malattia. La competizione è certamente utile, ma l'eccesso
di competizione può generare molte falsità. Spesso si tratta di omissioni: non riportare un dato
negativo, non sottolineare un effetto tossico può avere gravi conseguenze. In questo senso la causa
è in molti casi un conflitto di interessi: oggi esso deve essere dichiarato negli articoli delle
riviste scientifiche, ma è così frequente che nessuno vi fa più caso.
Certo siamo lontani da un ideale in cui, soprattutto in campo biomedico, vi sia una
collaborazione per raggiungere l'unico fine che conta, quello di giovare agli ammalati. Troppe
spinte di natura industriale, economica, carrieristica tendono a trasformare la salute in danaro,
la ricerca in business, i farmaci in beni di consumo. Tutto ciò può farci perdere la fiducia del
pubblico ed orientarlo verso la medicina alternativa, la magia, i misteri. È responsabilità dei più
anziani introdurre regole di maggior serietà, comportamenti più onesti, minori segreti e più
collaborazione. Dipende da noi far si che in futuro questi falsi scientifici non si ripetano fra i
giovani che oggi si formano nei nostri laboratori.
Silvio Garattini
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