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Gli scienziati: i soldi non danno felicità
Corriere della Sera
02/07/2006
Creso, re di Lidia - nell'Asia Minore - era ricchissimo. Una volta nella sua reggia d'Egitto,
ospitò Solone (che era famoso per avere visitato il mondo e per la sua saggezza). Creso gli chiede
"chi è l'uomo più felice del mondo?" (aveva l'idea che Solone potesse rispondere "Tu, mio re sei
l'uomo più felice"). E Solone "l'uomo più felice che ho conosciuto stava ad Atene, Tello, ebbe una
bella famiglia, seppe godersi la vita, morì portando aiuto agli ateniesi in guerra e lo hanno
sepolto lì, dove è morto, con grandi onori". Come a dire non aveva fatto niente di speciale, Tello
non aveva la reggia e i tesori di Creso ma fu più felice.
Certo non può essere felice chi è davvero povero "in questo mondo - scriveva Cecco
Angiolieri - chi non ha moneta è necessario che si ficchi uno spiedo per lo corpo o che
s'impicchi". E l'idea che la ricchezza vada insieme alla felicità è molto diffusa.
Ma come dimostrarlo? Ci si sono messi in tanti ma certezze finora non ce n'erano. Ma c'è un
lavoro (è su Science di questi giorni) che affronta il problema in modo un po' diverso e con grande
rigore. E' di ricercatori di diverse Università degli Stati Uniti, Cambridge nel Massachusetts, San
Diego in California e Ann Arbor nel Michigan. Il titolo è bellissimo "Saresti più felice se fossi
più ricco?" Come si fa a stabilire quanto uno è felice? Il colesterolo e la pressione del sangue si
misurano ed è una misura abbastanza precisa (e vale più per il colesterolo, che per la pressione)
ma la misura della felicità per adesso non c'è.
Un esempio: negli ultimi cinquanta anni il reddito pro-capite è aumentato di molto, ma il
giudizio della gente sulla felicità è cambiato di poco. Insomma chiedere a qualcuno quanto è felice
non è come chiedergli quanto è alto o il numero di telefono di casa.
Allora questi ricercatori hanno chiesto a donne che lavoravano (più di 1400) non se fossero
felici della propria vita, ma quante volte sono state di cattivo umore nei giorni precedenti
l'intervista. Poi l'hanno messo in rapporto al reddito e non hanno trovato grandi differenze tra
chi aveva meno di 20.000 dollari - all'anno - rispetto a chi ne aveva più di 100.000 (e
nemmeno tra chi aveva marito e chi no). Poi hanno studiato dei lavoratori (quasi 400 che
partecipavano, fra l'altro, ad uno studio sulle modificazioni della pressione arteriosa) e hanno
cercato di capire se ci fosse un rapporto fra stipendio e felicità. S'è visto che più soldi vuol
dire più ansia, a dire il vero anche più "excitement" (sarebbe più eccitazione, ma il termine
giusto in italiano non c'è), ma non più felicità.
Non solo, più hai, più pensi di poter fare o desideri fare, ma non è che questo renda più
felici. Spesso chi ha più soldi, lotta per un determinato obiettivo e qualche volta lo raggiunge.
Questo dà soddisfazione (non felicità) e quasi sempre a spese di un maggior impegno che genera più
ansia. E poi la soddisfazione passa, e servono altri obiettivi. Quelli che hanno più soldi,
occupano il tempo in modo diverso, lavorano di più, e viaggiano di più, passano più tempo a fare
spese, ma passano meno tempo a fare cose divertenti.
Nonostante ciò tutti gli intervistati avevano un forte desiderio di migliorare la loro
condizione economica, anche se uno guadagnava già tanto. I ricercatori l'hanno chiamato focusing
illusion (è un po' come dire ci si concentra su un'illusione). Ci si illude che con più soldi si
avrà più tempo per godere delle cose belle della vita, ci si divertirà di più. Non è così.
Aveva ragione Freud "quello che si chiama felicità corrisponde all'improvviso appagamento di
bisogni accumulati e così può esistere solo come fenomeno episodico". Non aveva dati il dottor
Freud, questa era solo una sua idea come ne ebbe tante altre. Adesso i dati ci sono e assomigliano
molto a quello che Freud aveva sospettato cento anni fa.
Giuseppe Remuzzi
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