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Il silenzio (apparente) che copre l'allarme
Corriere della Sera
04/05/2006
È da un po' che non si parla di influenza degli uccelli. È stato un abbaglio dei giornali?
S'è enfatizzato un rischio che poi si è rivelato meno grave? O semplicemente dopo un po' che
si parla di qualcosa (specie di qualcosa che preoccupa) la gente ha voglia di cambiare?
Tre ragioni, obiettive, per parlarne di meno c'erano 1 a fronte di miliardi di polli colpiti
dalla malattia si sono ammalate meno di 200 persone (198 a essere precisi), e i morti sono finora
104, 2 la malattia si sta diffondendo soprattutto in Asia e in Egitto, ma poco - anche tra i polli
- in Europa e niente negli Stati Uniti (grazie anche ai sistemi di sorveglianza delle frontiere) 3
le migrazioni di inverno e primavera sono finite e se questo è un modo di diffondere il contagio è
logico aspettarsi che le epidemie (tra i polli) saranno di meno.
Ma l'allarme, tra gli addetti ai lavori, continua a esserci, eccome. Il 21 aprile quasi un
intero numero di Science era dedicato all'influenza degli uccelli. Mai successo, negli anni
precedenti, per nessuna malattia, e con due editoriali, uno sulla diagnosi precoce e uno sullo “
stato della nostra ignoranza”. E non basta. In questi giorni il Lancet organizza in Asia il primo
Forum internazionale sulla pandemia di influenza. Ci saranno, a Singapore, 500 fra scienziati,
esperti di salute pubblica e ci sarà chi ha la responsabilità del governo della salute in tante
parti del mondo. Di più, saranno rappresentate almeno 300 organizzazioni internazionali, da 52
paesi. Si parlerà di quello che è successo finora. e di chi si è ammalato e di quanti sono morti, e
perché. E poi di come, e quando (e se), il virus possa mutare. Si farà il punto sui vaccini: quelli
che ci sono, chi li produrrà, e se ce ne sarà abbastanza per tutti, e di come farli arrivare dove
serve.
Ci saranno anche rappresentanti dell'industria, quelli che producono il Tamiflu, per esempio,
anche se molti lavori hanno dimostrato che i farmaci antivirali servono a poco. Si parlerà di chi è
preparato e chi no. (Un lavoro recente sempre del Lancet faceva una classifica degli stati meglio
preparati d'Europa: sono Austria, Germania, Francia, Olanda e Inghilterra, e quelli messi peggio
sarebbero Cecoslovacchia, Italia, Lituania, Polonia e Portogallo.
Ma forse per l'Italia hanno usato dati vecchi.) Ma perché questo convegno proprio in Asia?
Perché l'80 percento degli uomini morti di influenza H5N1 sono morti in Asia e perché la malattia,
se dovesse diffondersi, si diffonderà proprio a partire da lì. In Asia qualcuno è preparato: Hong
Kong, Australia e Nuova Zelanda. Qualcuno meno. Cina, Thailandia e Vietnam per esempio non hanno
ancora una organizzazione comparabile a quella dei paesi più avanzati, ma i piani strategici messi
in atto dai rispettivi governi saranno operativi molto presto. Nessuno sa, invece, cosa stia
succedendo in Cambogia, Laos e Indonesia.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dato delle direttive su tutto (vaccini e farmaci
antivirali, su come organizzare gli Ospedali, ma anche su come mantenere i servizi essenziali di
fronte ad una epidemia che potrebbe tenere negli Ospedali tanta gente mettendo in crisi i servizi,
trasporti, banche, poste e tanti altri compresi paradossalmente gli stessi Ospedali). Washington
Post di due giorni fa scriveva annunciando il piano del governo americano - quello presentato ieri
da Bush -: “Né questo programma né nessuno di quelli precedenti hanno affrontato in modo onesto la
questione centrale di questa come di qualunque altra pandemia dovesse verificarsi: cosa fare delle
centinaia o delle centinaia di migliaia di ammalati? Non c'è un vaccino efficace e non ce ne sarà
comunque abbastanza per tutti e gli Ospedali (americani ndr) non sono preparati”.
Insomma i giornali dei mesi scorsi hanno esagerato con l'aviaria? Forse no.
Giuseppe Remuzzi
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