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La vendita dei farmaci
Corriere della Sera, inserto Lombardia
08/09/2006
Il decreto Bersani per vendere i farmaci da banco al supermercato piace ai consumatori ma non ai
farmacisti perché, dicono:
- fa aumentare i consumi;
- dà l'idea che i farmaci si possono prendere come se fossero caramelle;
- mette in crisi il rapporto di fiducia fra farmacista e pubblico (che invece è importante per
indirizzare gli ammalati verso i farmaci davvero efficaci, per far capire come prenderli, per
quanto tempo, a che cosa li si può associare).
Sono buoni argomenti? Forse no.
Il decreto prevede che al supermercato ci debba essere il farmacista, sarà lui a garantire
che non ci siano sprechi, e avrà cura di dare tutte le informazioni necessarie (questo in farmacia
qualche volta succede, qualche volta no).
Il rapporto di fiducia tra farmacista e chi è malato è certamente importantissimo.
Ma il farmacista ci consiglia davvero per il meglio? No, non sempre, se fosse così non si
troverebbero in farmacia prodotti omeopatici (loro, i farmacisti, sanno benissimo che con le
diluizioni che si impiegano, nel preparato finale di principio attivo non c'è nulla) e quelli
contro la cellulite e quelli che fanno sparire le rughe e tanti altri prodotti di cui non c'è
evidenza di efficacia.
E poi la farmacia non è già oggi un piccolo supermercato? (e l'hanno voluto i farmacisti).
Piuttosto si potrebbe prendere vantaggio dal decreto Bersani. Sarà occasione di formazione e
lavoro per tanti giovani (forse 5000, forse di più che non troverebbero mai lavoro nelle farmacie),
così ci sarà qualche idea nuova, e un po' di competizione, in un settore che si basa ancora oggi su
norme di diversi secoli fa (quello che la farmacia passi da padre in figlio per esempio).
Col decreto Bersani il farmacista potrebbe liberarsi di tutto quello che non ha a che vedere
con la medicina - dagli zoccoli ai pannolini - e avere più tempo per dedicarsi alla gente.
E non solo per dargli farmaci, ma per dare consigli (alimentazione, attività fisica, fumo,
vaccini, come prevenire le malattie).
E poi il farmacista senza farmacia che va incontro alla gente, può essere di grande aiuto.
Negli ambulatori dei medici di medicina generale per esempio, oppure dove si assistono gli
anziani, e nelle scuole (dei danni da droghe, alcool e fumo i farmacisti potrebbero discutere con
grande competenza), o nelle carceri.
Forse i farmacisti e i proprietari di farmacia potrebbero ripensarci e invece che chiedere
alla Regione di fare ricorso alla Corte Costituzionale, vedere questo decreto come una grande
opportunità per tanti, e soprattutto per loro.
Giuseppe Remuzzi
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