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La via italiana alla ricerca indipendente
Corriere Salute
08/01/2006
L'ISI - Istituto per l'Informazione Scientifica degli Stati Uniti - ha appena pubblicato il
rapporto 2005 sulla scienza nel mondo.
In Italia la ricerca clinica è al primo posto per numero di lavori pubblicati (79952) e per
citazioni (850764, vuol dire quante volte altri ricercatori hanno fatto riferimento a dati
italiani).
Dopo vengono chimica, fisica, neuroscienze.
Ma in Italia, come dappertutto, gli studi clinici sono promossi soprattutto dall'industria.
La ricerca indipendente è poca.
Anche perché gli studi che comparano un farmaco con un altro per esempio, e che richiedono
migliaia di pazienti, costano decine di milioni di euro, cifre che oggi in Europa può spendere solo
l'industria, che però tante volte imposta lo studio in modo da favorire il farmaco che le interessa
vendere, e i medici si adeguano (o così, o niente).
L'industria mantiene la proprietà dei dati e la facoltà, per contratto, di non pubblicare
risultati eventualmente sfavorevoli.
L'industria interviene anche nella pubblicazione dei risultati.
Il Wall Street Journal del 13 dicembre faceva vedere come lavori pubblicati anche in giornali
di grande prestigio, con il nome di medici famosi, in realtà sono scritti da gente pagata
dall'industria che scrive benissimo, ma rimane nell'ombra.
Così si riesce a valorizzare certi dati e si sorvola su altri. Basta poco, qualche volta, per
trasformare un farmaco come tanti in un "best seller".
E poi l'industria non sperimenta mai i farmaci fuori brevetto, nemmeno per nuove indicazioni
(non conviene).
E non sperimenta farmaci nuovi in pazienti che non tollerano, quelli vecchi (sarebbe un
mercato troppo piccolo).
È fuori dubbio che l'industria debba "fare profitto", ma il Servizio Sanitario Nazionale deve
mettere al primo posto l'interesse degli ammalati e un buon utilizzo delle risorse.
Serve più ricerca indipendente.
Il Governo degli Stati Uniti, attraverso l'NIH, lo fa. L'Europa no.
Anzi la Direttiva del 2001 penalizza proprio la ricerca indipendente.
E finora i Paesi membri non hanno fatto molto, tranne l'Italia. Attraverso l'agenzia del
farmaco (AIFA, quella che approva i farmaci da ammettere al rimborso e stabilisce i prezzi)
l'Italia ha un progetto e risorse per la ricerca indipendente.
Come ? Con un fondo - Legge 326 03 - creato col 5% di quello che l'industria spende in
promozione.
E così l'Italia riesce a fare ricerca sui farmaci che gli si chiede di rimborsare.
Non lo fa nemmeno l'EMEA (l'agenzia del farmaco dell'Unione Europea).
Riuscire a farlo con i soldi dell'industria è importante anche per l'industria che in questo
modo viene messa in condizioni per legge di esercitare la sua responsabilità sociale e che si
prende anche qualche rischio.
C'è una commissione per la ricerca che si è data delle regole di trasparenza molto chiare.
L'AIFA così aiuterà la ricerca sui farmaci per i più deboli: gli ammalati di malattie rare, i
bambini, gli anziani.
Studierà le reazioni negative dei farmaci che spesso, e ci sono esempi recenti, vengono fuori
quando il farmaco è già in commercio.
Favorirà studi di comparazione tra farmaci nuovi e farmaci fuori brevetto (che, certe volte,
funzionano altrettanto bene, e costano meno).
Insomma, "via italiana" (questa sì) alla ricerca indipendente, che certo seguiranno altri (La
Spagna si sta già organizzando), sarebbe bello che lo facesse l'Europa.
Giuseppe Remuzzi
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