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A disinnescare il colesterolo "cattivo" penserà un gene trovato in Sicilia e Calabria
Gente
05/07/2007
Ci sono novità nel campo delle malattie cardiovascolari e si parla della
possibilità di personalizzare i trattamenti terapeutici. Come è noto alti livelli di colesterolo
sono un fattore di rischio per l’a rteriosclerosi, la trombosi e le conseguenti malattie
coronariche. Non tutte le persone hanno lo stesso livello ematico di colesterolo; in alcuni casi,
spesso su base familiare, si possono osservare alti livelli di colesterolo. Il colesterolo è
presente non in forma libera, ma incorporato in particolari proteine note con il nome di
lipoproteine. A parità di concentrazione di colesterolo si può distinguere un colesterolo
cosiddetto “buono” associato a particolari lipoproteine dette HDL ed un colesterolo “cattivo”
associato a lipoproteine dette LDL. Quanto più è alto il colesterolo-LDL tanto più elevato è il
rischio di malattie. Il colesterolo-LDL è con ogni probabilità sotto il controllo di un gene noto
con il nome di PCSK9. Nel 2005 alcuni autori americani, a seguito di osservazioni compiute nei
topi, hanno stabilito che in circa il 2 per cento della popolazione afro-americana esisteva una
mutazione del gene sopra ricordato. Non permettendo al gene di esercitare la sua funzione, tale
mutazione determinava una diminuzione del 30-40 per cento del colesterolo-LDL (cattivo). L’ipotesi
formulata era che a causa dell’aumento dei recettori-LDL aumentasse la rimozione del
colesterolo-LDL dal circolo sanguigno. In questi giorni è comparsa una pubblicazione di ricercatori
italiani dell’Università di Modena-Reggio Emilia e Palermo, guidati da Patrizia Tarugi, che hanno
identificato due famiglie siciliane ed una famiglia calabrese portatrici della stessa mutazione
inattivante del gene PCSK9. I membri di questa famiglia mostrano una marcata riduzione della
colesterolemia. Si tratta di ricerche importanti che indicano anche una possibile via terapeutica
per le ipercolesterolemie familiari: inattivare il gene PCSK9 attraverso farmaci “intelligenti” che
raggiungono questi target in modo specifico.
Un altro studio condotto da ricercatori dell’Istituto Mario Negri in collaborazione con l’I
stituto di Genetica del King’s College di Londra ha svelato un altro aspetto del complesso
controllo esercitato dall’organismo sul metabolismo del colesterolo. E’ noto che il trattamento con
alcuni farmaci ipocolesterolemizzanti denominati statine è in grado di diminuire l’infarto cardiaco
e la mortalità cardiovascolare. Tuttavia, se è vero che questi farmaci hanno rappresentato un
beneficio per i pazienti con alto rischio di malattia cardiovascolare, è altrettanto vero che molti
pazienti sono trattati inutilmente, perché in ogni caso non incorrerebbero nella malattia. Se
quindi potessimo predire quali sono le caratteristiche generiche dei pazienti che non beneficiano e
di quelli che beneficiano del trattamento con statine potremmo indirizzare molto meglio la nostra
terapia, diminuendo fra l’altro anche gli effetti tossici che normalmente accompagnano l’azione di
tutti i farmaci. Il gruppo guidato da Maria Grazia Franzosi ha iniziato a dare una risposta,
analizzando una variante della proteina APOE denominata E4. Utilizzando questo marker genetico si è
dimostrato che il 16,8 per cento di 3304 pazienti studiati era portatore della varainte E4. Questo
gruppo di pazienti ha mostrato un maggior vantaggio in termini di mortalità dopo trattamento con
una statina rispetto al gruppo che non possedeva la variante E4. Sembra chiaro perciò che i
pazienti con questa variante abbiano molte più probabilità di giovarsi del trattamento
ipocolesterolemizzante. E’ importante che questi dati siano stati ottenuti in Italia, visto che le
particolari condizioni climatiche e dietetiche sono diverse da quelle dei pazienti scandinavi, in
cui erano state effettuate simili osservazioni. Lentamente quindi, ma inevitabilmente, sembra che
ci stiamo avviando verso una personalizzazione delle terapie.
Silvio Garattini
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