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I farmaci generici sono un patrimonio da proteggere
Il Sole 24 Ore Sanità
11-17/09/2007
Anche i farmaci quando nascono prendono un nome, anzi ne prendono tre. C’è un nome chimico, ad
esempio 7-cloro-1,3-diidro-1-metil-5fenil-3H-1,4-benzodiazepin-2-one, che ovviamente è poco
utilizzabile data la sua complessità e viene perciò semplificato in un nome detto “generico” perché
è meno specifico, ad esempio diazepam per rimanere nel caso citato. Infine esiste un terzo nome
detto di “marca” o di “fantasia” che non ha più alcun collegamento con i due nomi precedenti e che
si riferisce non solo al principio attivo ma anche all’insieme degli eccipienti e degli
stabilizzanti che costituiscono il prodotto farmaceutico. Sarebbe ragionevole usare sempre anche
per le prescrizioni mediche il nome generico per evitare confusione. Infatti mentre il nome chimico
ed il nome generico si riferiscono ad un solo principio attivo, un principio attivo può avere molti
nomi di fantasia o di marca. Può succedere così che cambi il nome del farmaco ma rimanga sempre la
prescrizione dello stesso principio attivo. Pur essendo ragionevole c’è molta riluttanza ad usare
il nome generico perché se ciò avvenisse scomparirebbe la possibilità di fare propaganda per un
determinato prodotto; facendo propaganda per un principio attivo si favorirebbero di fatto più
prodotti.
La possibilità di vendere un determinato principio attivo in modo esclusivo è determinato dal
possesso di un brevetto che ha per i farmaci un periodo di 20 anni. Al termine di questo periodo
cessa l’esclusività e tutti possono vendere lo stesso farmaco che in questo caso si chiama “
generico”. Questa denominazione non è in realtà molto felice quando venga utilizzata nel nostro
Paese perché generico ha una connotazione negativa, quasi fosse una “sottomarca”, un prodotto di
ripiego o di qualità inferiore. Perciò recentemente è stato proposto il nome di farmaco “
equivalente” ad indicare che si tratta di un prodotto che ha le stesse qualità e caratteristiche
del prodotto originale di marca. Il farmaco equivalente per essere messo in commercio ha il
vantaggio di dover seguire una procedura molto semplificata. Si richiedono fondamentalmente tre
documentazioni:
i. le caratteristiche del principio attivo che deve avere una purezza analoga – nei
limiti dell’errore analitico – al prodotto di riferimento. Anche le impurezze devono essere
quantificate. Ciò non rappresenta in generale un problema, perché molte volte è la stessa ditta che
ha scoperto il farmaco che vende il principio attivo a chi lo utilizza per produrre il farmaco
equivalente.
ii. Se si tratta di compresse, queste devono avere un tempo di dissoluzione – quando
vengano poste in un liquido acquoso – simile a quello del prodotto di marca.
iii. Se il farmaco equivalente viene assunto per via orale, le concentrazioni del
principio attivo nel sangue devono essere – nei limiti della variabilità individuale – simili a
quelli del farmaco originale.
Se queste tre caratteristiche vengono soddisfatte è molto difficile pensare che i farmaci
equivalenti non siano del tutto paragonabili a quelli di marca. Il vantaggio dato dei farmaci
equivalenti al Servizio Sanitario Nazionale, cioè a tutti noi, è di tipo economico perché per legge
il farmaco equivalente deve costare almeno il 20 per cento in meno del farmaco di marca; in pratica
spesso si può arrivare anche al 50-70 per cento. Per evitare la concorrenza quando è disponibile il
farmaco equivalente, anche il farmaco di marca diminuisce il prezzo. Purtroppo nel nostro Paese il
farmaco equivalente è ancora nella sua infanzia rispetto ad altri Paesi – Inghilterra e Germania –
in cui rappresenta una consistente frazione della spesa farmaceutica. Una delle ragioni sta nel
fatto che da noi – negli anni poco limpidi della gestione farmaceutica – è stata prolungata di 18
anni la durata dei brevetti attraverso i CCP (certificati complementari di prolungamento). Sono
perciò ancora almeno un centinaio i principi attivi, di uso molto comune, che a differenza di altri
Paesi in Italia sono ancora sottoposti a brevetto e perciò è ancora vietato l’impiego dei farmaci
equivalenti.
Nonostante i vantaggi, non solo di tipo economico, determinati dall’impiego dei farmaci
equivalenti esiste ancora nel nostro Paese una notevole diffidenza, alimentata ovviamente da coloro
che diminuiscono i loro guadagni. E’ infatti comprensibile che le industrie farmaceutiche che
devono diminuire i loro prezzi e per di più diminuire le quote di mercato, come pure i farmacisti
che essendo pagati a percentuale diminuiscono le loro rendite, non siamo molto favorevoli all’a
vvento dei farmaci equivalenti. C’è una strisciante informazione di tipo negativo sull’efficacia
dei farmaci equivalenti e molti medici sulla base di informazioni ricevute dai loro pazienti,
ritengono che gli equivalenti siano meno attivi dei farmaci di marca. Sarebbe bene che queste
informazioni fossero portate con adeguata documentazione all’attenzione dell’AIFA – l’Agenzia
Italiana del Farmaco – per i conseguenti provvedimenti. E’ anche molto importante che si eseguano
tutti i controlli necessari per dare garanzie ai pazienti. Detto questo, occorre aggiungere che i
farmaci equivalenti sono un patrimonio da proteggere e da potenziare perché rappresentano una
razionalizzazione delle prescrizioni e liberano risorse economiche che possono essere utilizzate
per tante necessità insoddisfatte del Servizio Sanitario Nazionale.
Silvio Garattini
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