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L'impresa ospedale
Corriere della Sera, Lombardia
27/09/2007
Carlo Borsani (“Ora la “mia” legge va migliorata”, Corriere, 23 settembre) invita ad aprire un
dibattito sulla legge 31. E’ importante. In Lombardia pubblico e privato sono stati messi sullo
stesso piano, ma gli Ospedali non possono comperare un’apparecchiatura costosa senza gare e non
possono assumere senza concorso un chirurgo, solo perché è bravo. L’Ospedale non può licenziare chi
non lavora e quasi mai assume giovani medici, nemmeno per i progetti più ambiziosi. L’Ospedale
forma grandi medici e bravi infermieri e qualcuno poi va a lavorare nelle cliniche private ma
ferie, malattie, aggiornamenti, li paga l’Ospedale. Tre anni fa s’era fatta una proposta (Corriere,
8 febbraio 2004): gli Ospedali potrebbero lavorare con le norme del diritto privato invece che con
quelle del diritto amministrativo. Così l’Ospedale sarebbe “impresa” cioè “attività economica
diretta alla produzione di beni o servizi” (art. 2082 e 41 del codice civile e della costituzione).
Carlo Borsani scrive che se lo si facesse avremmo Ospedali più moderni e meglio organizzati. La
legge 31 ha introdotto nel sistema elementi di competizione e secondo Borsani questo è positivo.
Vero, ma non può esserci competizione fra chi è tenuto a dare un servizio sempre e comunque e chi
con l’ammalato stabilisce un contratto che si può sciogliere in qualunque momento. La competizione
ci vuole, certo, ma fra Ospedale e Ospedale. La legge 31 affidava alle ASL il compito di
organizzare l’assistenza del loro territorio. Avrebbero dovuto stabilire cosa serve davvero ai
cittadini, decidere cosa valeva la pena di fare negli Ospedali e cosa nelle strutture private,
eliminare programmi ridondanti e stabilire quanto fossero appropriati i vari interventi. Purtroppo,
scrive Borsani, non è successo. Perché non farlo adesso? Così i direttori generali potrebbero avere
tutto quello che serve per curare malattie gravi o gravissime, grandi traumi della strada,
infezioni da germi difficili da trattare, grandi insufficienze d’organo, malattie che ancora oggi
si curano solo in Ospedale anche se non rendono. Ma vanno eliminati gli sprechi, per esempio non
usare farmaci costosi se non c’è evidenza che servano. E vale per le procedure e la chirurgia. Chi
ha più di 80 anni qualche volta trae vantaggio da un intervento al cuore o dal sostituire l’a
nca, ma certe volte no. Quando è così bisogna spiegare agli ammalati che è meglio qualche piccolo
disagio che una chirurgia inutile e lo deve fare chi lavora in Ospedale. Alle cliniche private –
che siano a Milano, a Parigi o a Los Angeles - questo non lo si può chiedere.
Giuseppe Remuzzi
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