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Donne in menopausa, attente agli ormoni
Gente
29/11/2007
Da qualche decennio è in uso l’impiego di estrogeni più o meno associati con un progestinico
quando compaiono nella donne i primi sintomi della menopausa. E’ noto che questi sintomi possono
avere gravità diversa perché la menopausa può passare senza alcun problema oppure essere fonte di
gravi disagi che si prolungano nel tempo e che includono le cosiddette “vampate”, cefalee e vari
tipi di dolore. Poiché la menopausa coincide con una diminuita increzione di estrogeni dall’ovaio è
sembrato logico sostituire questa carenza con la somministrazione di piccole dosi di prodotti ad
attività estrogena. La base logica era sostenuta anche dall’impressione che gli estrogeni potessero
proteggere l’organismo femminile da una serie di malattie, in particolare quelle che arrivano in
periodi successivi alla menopausa. Inoltre l’impiego degli estrogeni aveva il fascino di far
pensare ad una “pillola della giovinezza” proprio perché poteva dilazionare i sintomi della
menopausa, una situazione temuta dalle donne. In seguito, a causa della possibilità di indurre
tumori dell’utero l’impiego degli estrogeni fu associato alla contemporanea presenza di un altro
prodotto ormonale ad azione progestinica. L’impiego di questi prodotti, noto con il nome di
trattamento ormonale sostitutivo (TOS) si è molto diffuso nel tempo, protraendosi spesso per cinque
– dieci anni e più. Nonostante la logicità del trattamento e le impressioni cliniche, negli anni
Novanta cominciarono i primi dubbi che originarono finalmente la necessità di affrontare il
problema del rapporto beneficio-rischio degli estrogeni, più o meno associati, con una metodologia
scientifica, cioè impiegando studi clinici controllati. Questi studi clinici cercano di mettere a
confronto, attraverso un dettagliato protocollo, gruppi di donne trattate con il prodotto oggetto
di studio o con placebo. Nel caso specifico l’assenza di trattamento veniva comparata con estrogeni
soli e con estrogeni più progestinici. Questi gruppi seguiti per lungo tempo hanno permesso di
osservare nel tempo la comparsa di malattie cardiovascolari e altre patologie al fine di stabilire
se vi fossero alla fine effetti dannosi, tali da annullare gli eventuali benefici. Parecchi studi
sono oggi disponibili, ma il più importante è certamente quello noto con il nome di “
Iniziativa per la salute delle donne” condotto negli Stati Uniti. Questa ricerca di grande
dimensioni è stata eseguita su donne di età fra i 50 e i 79 anni seguite per un periodo medio di
5,2 anni. I risultati hanno suscitato molte discussioni perché erano essenzialmente di senso
opposto alle aspettative. Infatti il gruppo trattato con la terapia combinata a di base estrogeni e
progestinci rispetto al gruppo con placebo mostrava un aumento significativo di eventi
cerebro-vascolari (ictus), di embolismo polmonare e di tumore della mammella; in questo gruppo
invece diminuiva il rischio di fratture del femore e di tumore del colon-retto. Lo stesso studio ha
anche stabilito che la terapia poteva aumentare la comparsa di malattie coronariche nelle donne più
anziane nel primo anno di trattamento. Anche in un sottogruppo di pazienti che aveva avuto un’a
sportazione chirurgica dell’utero si osservava un aumento di ictus. Avendo raggiunto la
dimostrazione che il trattamento poteva comportare più rischi che vantaggi, lo studio fu interrotto
prematuramente.
Solo in questi giorni è stato pubblicato un altro studio che era iniziato nel 1999 ed era
stato prematuramente chiuso nel 2002, realizzato con l’aiuto di circa 500 medici di medicina
generale del Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. Non è chiaro come mai siano stati necessari
cinque anni per pubblicare i risultati. Questi sono relativi a 6500 donne-anno e riguardano una
popolazione con un’età media di 51 anni (da 50 a 69). Questo studio ha permesso di confermare per
alcuni aspetti la ricerca condotta negli Stati Uniti. Rispetto al placebo, il trattamento
estro-progestinico aumentava gli eventi cardiovascolari nella misura di 26,9 casi per 10.000
donne-anno, e gli eventi di tronboembolismo venoso nella misura di 73,6 casi; la riduzione
delle fratture osteoporetiche non era statisticamente significativa. Il trattamento combinato era
più svantaggioso rispetto al trattamento con soli estrogeni.
In conclusione si può dire che la terapia ormonale sostitutiva, non dà gli attesi benefici
sulla patologia cardiovascolare, anzi se inizia dopo la menopausa si hanno danni. Sembra saggio
suggerire alle donne in menopausa di non agire di propria iniziativa ma di consultare il ginecologo
prima di prendere decisioni. In ogni caso in attesa di ulteriori dati è consigliabile usare
estrogeni-progestinci solo se c’è una grave sintomatologia, impiegano le dosi più basse possibile e
per il minor tempo possibile. Dati i molteplici effetti dei trattamenti ormonali è difficile avere
tutti i dati a disposizione ed è perciò necessario moltiplicare le ricerche.
Silvio Garattini
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