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Le strade per salvare la ricerca

Corriere Salute


4/11/2007

Per la prima volta nella storia l’Asia è il continente che spende in ricerca più dell’America e, a distanza, dell’Europa. Essendo l’Italia più o meno il fanalino di coda dell’E uropa, si può concludere che peggio di così non può andare. Ma lo dicevamo anche molti anni or sono, il che vuol dire che non si tocca mai il fondo! E’ curioso come i programmi elettorali siano sempre ricchi di promesse e le “finanziarie” sempre più deludenti. I singoli uomini politici convengono sempre sul fatto che un Paese senza ricerca non può progredire, perché non può produrre innovazione e prodotti ad alto valore aggiunto, ma quando si trovano insieme….. tagliano i fondi per la ricerca. Infatti anche quando li aumentano, lo fanno a dosi omeopatiche che sono inferiori alla inflazione e che comunque finiscono per pagare stipendi all’insaziabile proliferazione dei professori universitari. Le statistiche di questi giorni ci dicono che solo un terzo delle Università italiane raggiunge i requisiti minimi fissati dallo stesso Ministero; i giovani che si dedicano alla ricerca diminuiscono, mentre l’età media dei ricercatori italiani supera i 50 anni. Su 1000 lavoratori si possono contare in Italia meno di tre ricercatori, mentre la media Europea è superiore a 5. Il contributo che diamo all’Europa va a vantaggio di altri Paesi, perché in Italia ritorna solo una piccola parte e le risorse che utilizziamo per formare ricercatori producono una fuga dei cervelli, un gentile cadeau ai Paesi più lungimiranti di noi. Lo scoraggiamento, salvo eccezioni, è generalizzato e nessuno riesce a vedere una via d’uscita. Da dove cominciare? Anzitutto valorizzando il merito, un termine che purtroppo ha una connotazione reazionaria: tutti ne parlano, ma nessuno è intenzionato a tenerne conto. In secondo luogo è necessaria una rivoluzione nel senso proprio del termine, cioè un drastico cambiamento. Occorre agire su due fronti che non sono contradditori: da un lato è importante operare per costituire secondo le indicazioni del gruppo 2003 una Agenzia Italiana per la Ricerca Scientifica, staccata dai Ministeri per mentalità e per localizzazione. Questa Agenzia, fatta di tecnici e non di burocrati, dovrebbe avere fondi adeguati, stimolare la competitività, premiare il merito e programmare l’ingresso dei giovani in ricerca con prospettive di carriera. Le risorse economiche vanno aumentate gradualmente, ma è necessario poter contare su una reale svolta. Parallelamente i politici dovrebbero, consorziandosi con altri Paesi, introdurre a livello Europeo il concetto di un fondo unico a sostegno della ricerca. Non si tratta di realizzare altri carrozzoni burocratici o di creare megastrutture di ricerca che finiscano per drenare cervelli dai centri di ricerca europei, ma di evitare che per i grandi problemi – salute, energia, ambiente e così via – vi siano programmi analoghi e ripetitivi in ogni Paese europeo anziché un grande programma a cui partecipino tutti i laboratori europei. Questi progetti, per ora utopici, potrebbero divenire realtà se la spaurita comunità dei ricercatori italiani fosse più propositiva e si trovasse un drappello di parlamentari disposti a giocarsi la credibilità a sostegno dello sviluppo della ricerca italiana.

Silvio Garattini

 

 
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Ultimo aggiornamento: 22 maggio 2012 19.54.37 CEST