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Staminali "etiche", i primi successi
Corriere della Sera
15/12/07
Staminali? Staminali embrionali? Staminali adulte? Cellule adulte che diventano embrionali? Ogni
giorno, in questo campo, c’è qualcosa di nuovo. Proprio ieri “Cell Stem Cell” ha pubblicato il
lavoro di un gruppo di ricerca di Milano guidato da Yvan Torrente. Hanno visto che cellule
staminali adulte isolate da ammalati di distrofia muscolare si possono modificare in modo da
correggere il difetto genetico e se si trapiantano in un topo, anche lui malato di distrofia, sanno
curare la malattia. Lo stesso si potrebbe fare un giorno per curare certe malattie dell’uomo che
portano a perdita della funzione dei muscoli. E c’è un’altra notizia, topi con una grave forma di
anemia guariscono con le loro stesse cellule modificate in laboratorio. Questa volta si
tratta di cellule adulte che diventano embrionali. Ma andiamo con ordine. Uno scienziato
giapponese, Shinya Yamanaka, aveva ottenuto cellule embrionali a partire da cellule adulte già da
qualche tempo nel topo, adesso l’ha fatto nell’uomo. L’aver imparato a riportare le cellule
adulte allo stato embrionale consentirà di creare in laboratorio i 220 tipi di cellule del nostro
corpo, incluse quelle del cuore, del cervello, del sangue, del fegato. Questo servirà a riparare
così organi e tessuti, fra l’altro senza rigetto perché la cellula adulta da cui si parte
verrà dalla pelle dello stesso ammalato che si deve curare. S’è detto (e scritto) che con
questa tecnica non ci sarà più bisogno di ricorrere agli embrioni e i problemi etici che
hanno alimentato per anni il dibattito fra cattolici e laici saranno risolti. Sarà davvero così?
No, non per ora, per lo meno. Per riprogrammare le cellule adulte gli scienziati - l’hanno fatto in
Giappone, ma anche negli Stati Uniti - hanno trasferito nel nucleo di cellule della cute certi geni
che si associano allo sviluppo dell’embrione. Ne bastano quattro. I quattro geni modificano la
cellula da cui si è partiti che così acquisisce certe caratteristiche delle cellule embrionali.
Nessuno però sa oggi come e perché questo succeda. Quello che si sa è che cellule così modificate
hanno alta probabilità di trasformarsi in cellule tumorali. Per trasportare i geni di interesse
dentro le cellule adulte e consentirgli di integrarsi nel DNA servono dei virus - appartengono alla
famiglia dei retrovirus e dei lentivirus – entrambi possono provocare tumori. E non basta, uno dei
quattro geni che i giapponesi hanno utilizzato è un oncogene, uno di quelli che si associano allo
sviluppo di tumori, tanto è vero che cellule embrionali ottenute così, iniettate nel topo danno
luogo a tumori. Ma proprio in questi giorni gli stessi ricercatori hanno modificato la loro
formula e sono stati capaci di ottenere cellule pluripotenti sempre a partire da cellule
della cute senza bisogno di utilizzare oncogeni.
Un altro dei problemi è che questi sistemi sono molto poco efficienti. I giapponesi hanno
avuto bisogno di trasferire i geni che servono a riprogrammare le cellule adulte migliaia di volte
per averne una che li esprimesse. Agli americani ne sono servite centinaia. E’ chiaro che un’a
ttività così per ora non ha nessuna probabilità di essere usata in clinica. Ian Wilmut, che ha
clonato Dolly avrebbe dichiarato al Daily Telegraph che questi studi rendono obsolete le ricerche
sul trasferimento nucleare. Ma abbandonare queste ricerche sarebbe un errore. Adesso studiare gli
embrioni è più importante che mai. Perché un giorno si possano davvero curare malattie con questa
tecnica prima si dovrà capire se le cellule embrionali che derivano da quelle adulte funzionano
davvero come cellule embrionali, e per quanto sono capaci di rimanere in uno stato pluripotente, e
come si fa ad orientarle verso il tessuto o gli organi che ci interessa di riparare. Ma fino ad
allora - scrive il Lancet - la ricerca sulle cellule embrionali deve continuare. Ed ecco un altro
grande passo avanti, sempre di questi giorni. Scienziati di Boston e di Birmingham in Alabama hanno
modificato con la tecnica di Yamanaka cellule della cute di topi malati di una forma di anemia, che
assomiglia alla talassemia dell’uomo. A queste cellule hanno sostituito il pezzo di DNA malato
con DNA normale e le hanno guidate verso il midollo osseo con un altro trasferimento di geni.
Il midollo si è ripopolato con cellule normali ed è stato capace di produrre globuli rossi normali.
Così gli animali sono guariti.
E’ davvero un risultato importante che fa sperare che un giorno si possa guarire la
talassemia dell’uomo. Per ora la cura della talassemia - in Italia ci sono almeno settemila
ammalati - è il trapianto di midollo, ma solo il venti percento degli ammalati ha fratelli o
sorelle sani che possono essere donatori senza che questo dia luogo a gravi episodi di rigetto. E
anche quando c’è un buon donatore, spesso questi trapianti non funzionano. Ci sono complicazioni
gravi che possono anche portare a morte soprattutto quando il tessuto trapiantato aggredisce quelli
dell’ospite.
Con il trapianto di cellule indotte ad essere pluripotenti, tutto questo sarà superato. Le
cellule dal punto di vista genetico sono identiche a quelle dell’ammalato, di fatto sono le sue
cellule, così problemi di rigetto non ce ne saranno più.
Prima di poter curare la talassemia si dovranno superare ancora molti ostacoli, ma dati così
in un modello animale che riproduce bene la malattia, indicano che ci si arriverà, forse anche
molto presto.
Giuseppe Remuzzi
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