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Il contagio da tubercolosi esiste, ma occorre evitare paure esagerate
Gente
14/06/2007
Ha suscitato un certo panico nella popolazione la storia di 15 italiani
sottoposti ad esami clinici per aver viaggiato in aereo insieme ad un paziente che era affetto da
una forma di tubercolosi resistente ai farmaci. Molti si sono chiesti con un certo scetticismo: “
come è possibile che nel 2007 esista ancora la tubercolosi?”. La domanda è legittima. Quelli fra
noi non più giovani ricordano ancora i tempi in cui la tubercolosi era una malattia che faceva
veramente paura, pur essendo in diminuzione a causa della introduzione di norme igieniche e di una
migliore alimentazione. Per parlarne si usavano dei giri di parole come “il male sottile”, perché
avere la tubercolosi era una specie di condanna che comportava un isolamento e in molti casi la
morte. Fino agli anni ’50 non esistevano in pratica efficaci trattamenti farmacologici; esistevano
i sanatori, ospedali per malati cronici che non avevano la possibilità di curare, ma solo quella di
evitare che i pazienti tubercolotici contagiassero i familiari o altri soggetti sani. La
tubercolosi poteva colpire frequentemente i polmoni creando focolai, ma poteva anche essere
limitata ad altre sedi, come nel caso della tubercolosi ossea. Temibile era la diffusione della
tubercolosi in tutto l’organismo, una forma detta “miliare”, perché non si poteva in pratica far
nulla. Il punto di svolta fu rappresentato dalla scoperta di un nuovo antibiotico, la
streptomicina, che fu disponibile dapprima solo in quantità limitata, ma iniziò sulla base dei
risultati a generare grandi speranze. Poi venne un derivato dell’aspirina, l’acido para-amino
salicilico detto PAS, che inaspettatamente si rivelò utile. Una serie di studi condotti in topi e
cavie infettati con il bacillo della tubercolosi, permise di identificare dopo uno screening di
molte centinaia di composti, un altro farmaco molto efficace, l’isoniazide. Questo prodotto di
facile realizzazione permise di debellare la malattia. Infatti associando insieme in vari modi i
tre farmaci che abbiamo menzionato si ottennero risultati incredibili per l’epoca. Parliamo della
prima metà degli anni ’50; chi scrive è stato testimone – partecipando alle ricerche – di questo
straordinario cambiamento.
I tisiologi, cioè i medici che si occupavano di tubercolosi, non credevano ai loro occhi
osservando le immagini radiologiche in cui si vedevano scomparire i segni del danno indotto dal
bacillo della tubercolosi. Nelle riunioni scientifiche i risultati venivano presentati quasi con
incredulità; i pazienti stavano meglio e potevano lasciare il loro isolamento. Pian piano i
sanatori rimasero senza pazienti e vennero chiusi oppure ristrutturati per ospitare altri ammalati
cronici. Altri farmaci si aggiunsero ai precursori, fra cui la italiana rifamicina. Tuttavia l’i
mpiego degli antibiotici e dei chemioterapici non ebbe completamente ragione della malattia perché
larghe sacche di pazienti tubercolotici non vennero curati soprattutto nei paesi più poveri. I
bacilli ebbero il tempo di divenire resistenti a uno o più farmaci e negli anni si esaurirono i
farmaci attivi. Così oggi abbiamo una nuova malattia che è la tubercolosi resistente a tutti i
farmaci, quindi incurabile. E’ proprio la malattia di cui hanno parlato in questi giorni i
mass-media. Per fortuna, almeno per il momento, è una malattia rara e quindi esiste veramente una
scarsa probabilità di poterla incontrare. Non dobbiamo perciò farci prendere dal panico, nella
speranza che la ricerca riprenda il suo cammino e possa darci molto presto nuovi farmaci attivi
contro i bacilli resistenti. In questo senso la speranza è aiutata da altre ricerche che hanno
studiato i meccanismi che determinano lo sviluppo della resistenza. Gli scienziati che si occupano
di questi studi hanno perciò un’idea di dove si debba colpire.
Silvio Garattini
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