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Diagnostici e dispositivi medici: limitare la spesa sanitaria
Lancet, ed. italiana
gennaio/febbraio 2007
Le discussioni sviluppatesi durante la preparazione della “legge finanziaria” hanno portato
all'attenzione del pubblico anche il problema della spesa pubblica per il Servizio Sanitario
Nazionale.
Le richieste di maggiori contributi sono state bilanciate dalle osservazioni sulla necessità di
una razionalizzazione della spesa che eviti sprechi; ma è molto difficile evitare sprechi perché
spesso questi sono funzionali a interessi corporativi e ai cosiddetti “diritti acquisiti”.
Fra le tante possibilità di miglioramento vi è un'area che riguarda i consumi sanitari e che
comprende le spese per farmaci, test diagnostici e dispositivi medici.
Mentre per i farmaci si è esercitata nel corso di questo decennio una notevole attenzione anche
sotto la spinta emotiva legata alla corruzione regnante agli inizi degli anni ‘90, per le altre due
categorie ben poco si è detto e fatto.
In realtà si tratterebbe di ripercorrere una strategia che si è sviluppata attraverso la
Commissione Unica per il Farmaco (CUF) ed è approdata alla realizzazione dell'AIFA (Agenzia
Italiana del Farmaco) e ha permesso di operare consistenti risparmi, ma soprattutto di costituire
un Prontuario Terapeutico per il territorio e per gli ospedali che rimborsa solo farmaci di
documentata attività terapeutica.
Questa strategia può essere applicata anche alla diagnostica che comprende analisi di
laboratorio, esami istologici e immagini in vivo. In questi campi esiste una babele, perché manca
perfino una lista di apparecchiature, di reattivi chimici, di kit etc., che possa orientare il
Servizio Sanitario Nazionale verso scelte razionali nell'interesse dei pazienti.
Basti pensare che circa il 20% delle analisi o dei referti non viene ritirato dagli interessati
e quasi il 50% non viene neppure letto. Oggi qualsiasi medico del territorio e specialista può
ordinare qualsiasi esame diagnostico e, qualche volta, per non sbagliare li ordina tutti. Se
possibile aggiunge anche l'ultimo test di cui ha sentito parlare, senza togliere nessuno dei vecchi
test che potrebbero a questo punto rivelarsi superflui.
Andrebbe cambiata radicalmente la cultura: il medico dovrebbe porre al laboratorista,
all'istologo o al radiologo non una serie di analisi, ma solo un quesito diagnostico.
Spetterebbe a questi specialisti decidere che cosa è meglio fare seguendo algoritmi già
disponibili sulla letteratura scientifica. In molti casi esistono test pivotali per cui la loro
negatività non richiede ulteriori analisi.
Una CUD (Commissione Unica per la Diagnostica) a livello regionale o nazionale, sostenuta da una
adeguata segreteria tecnica e composta da tutti gli interessati (laboratoristi, istologi,
radiologi, medici del territorio e specialisti, statistici, epidemiologi e così via) dovrebbe
stabilire un prontuario, confrontare qualità e prezzi, suggerire quali innovazioni siano realmente
tali, sviluppare algoritmi, in altre parole costituire una fonte di informazioni e di consigli per
migliorare tutto il settore.
Non meno importante è il campo dei dispositivi medici, un variegato complesso di prodotti che
include stent medicati e non, pace-makers, inalatori, stimolatori elettrici laser e quant'altro.
Anche in questo settore esiste una notevole confusione. In linea generale mancano completamente
studi clinici controllati che ne stabiliscono la validità e l'interesse per il Servizio Sanitario
Nazionale.
Spesso questi dispositivi devono essere acquistati dalle aziende ospedaliere anche per valutarne
l'efficacia. Ci si preoccupa solo della sicurezza per il paziente, ma mancano confronti fra nuovi e
vecchi dispositivi per stabilirne il valore aggiunto. Non esiste un catalogo dei vari dispositivi
che riporti le caratteristiche tecniche, il destino d'uso e il prezzo.
Si dovrebbero organizzare, almeno a livello regionale, acquisti che tengano conto del rapporto
beneficio-costo, evitando doppioni e sovrapposizioni di competenza. A livello nazionale esiste un
embrione di commissione che funziona in base alla buona volontà dei suoi membri, ma senza il
sostegno di una segreteria stabile e ben strutturata.
Diagnostici e dispositivi medici sono due esempi di spese facilmente contraibili con una
migliore organizzazione. Le risorse ottenute possono essere impiegate per colmare altre necessità
che non trovano oggi disponibilità nel budget della spesa sanitaria pubblica.
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